La settimana Collettiva, sette notizie in cinque minuti. Ogni settimana una nuova puntata. Uno sguardo giornalistico per capire cosa sta succedendo e perché ci riguarda.
(montaggio a cura di Ivana Marrone)
Il Primo Maggio torna a ricordarci una cosa semplice: il lavoro non è solo occupazione, è dignità. Dignità significa salario giusto, sicurezza, diritti, contratti veri. Significa poter vivere del proprio lavoro senza essere poveri, sfruttati o invisibili.
Quest’anno Cgil, Cisl e Uil hanno celebrato la Festa dei lavoratori a Marghera, sotto una parola chiave: lavoro dignitoso. Una parola necessaria in un Paese dove si continua a morire sul lavoro, dove i salari restano bassi e dove la precarietà cambia forma, ma non sostanza.
Decreto Primo Maggio
Il governo ha varato il decreto Primo Maggio, stanziando 960 milioni di euro e parlando di “salario giusto”. Ma secondo la Cgil quei soldi non finiscono nelle buste paga: vanno soprattutto alle imprese sotto forma di incentivi alle assunzioni. La critica di Maurizio Landini è netta: “I lavoratori non prenderanno un euro in più”. Per il sindacato il nodo resta quello di sempre: aumentare salari, ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente e redistribuire ricchezza. Perché parlare di lavoro dignitoso significa partire da qui. Ma significa anche tornare a parlare di sicurezza. Perché dignità significa prima di tutto tornare a casa vivi.
Sicurezza sul lavoro
Nella Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, Landini lo ha detto chiaramente: “Non si può morire per il profitto di qualcun altro.” E non è uno slogan: oltre il 60% di infortuni e morti sul lavoro avviene negli appalti. Per questo la Cgil ha depositato in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare: l’obiettivo è rimettere al centro qualità del lavoro, la sicurezza e il contrasto al dumping contrattuale.
Insieme a questa iniziativa, arriva anche una seconda proposta per rafforzare la sanità pubblica, sempre più sotto pressione tra carenza di risorse e personale. Due campagne diverse, un’unica idea: difendere i diritti fondamentali delle persone.
Condannato per discriminazione
E parlando di diritti non possiamo non parlare di una vicenda che finita in tribunale.
“Niente comunisti, niente sindacalisti, niente gay”. L’annuncio di lavoro pubblicato dallo chef Paolo Cappuccio era diventato un caso nazionale. Ora il Tribunale di Trento lo ha definito discriminatorio, accogliendo il ricorso della Cgil del Trentino. Una sentenza importante, che ribadisce un principio semplice: nel lavoro non c’è spazio per odio, esclusione o discriminazione.
Rider, la battaglia continua
Tra le battaglie simbolo del lavoro che cambia c’è quella dei rider. Nel ricordo di Antonio Prisco, sindacalista Nidil Cgil scomparso troppo presto, resta viva una conquista importante: aver dimostrato che dietro un algoritmo ci sono persone, non numeri. Dalle sentenze contro Deliveroo fino al riconoscimento del lavoro subordinato, quella lotta continua. Perché innovazione senza diritti resta sfruttamento.
Valditara e il sogno della scuola in 4 anni
La Flc Cgil lancia l’allarme sul progetto del ministro Valditara: superiori sempre più orientate verso il modello dei quattro anni, con una trasformazione che rischia di comprimere tempi di apprendimento e qualità formativa. Dietro la retorica della modernizzazione, denuncia il sindacato, c’è il rischio di una scuola più breve e più povera.
Consenso, ecco la risoluzione Ue
E proprio di diritti si continua a discutere anche in Europa. Con 447 voti favorevoli il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede una definizione comune di stupro basata sul consenso libero e informato. Un principio chiaro: senza consenso è violenza. Perché solo sì significa sì. Mentre in Europa il dibattito va avanti, in Italia quel passaggio normativo ancora manca. E anche questo, in fondo, parla di diritti, libertà e dignità della persona.
Queste erano le sette notizie della settimana.
Sette storie per provare a capire cosa succede nel mondo del lavoro, nella politica e nella società. È La settimana collettiva. Noi ci sentiamo la prossima.

































