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“Il nesso tra precarietà e sicurezza è tragico: oltre il 60% degli infortuni e delle morti sul lavoro avviene nella nebulosa degli appalti e dei subappalti”. A fare chiarezza, ieri, 28 aprile, alla vigilia della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, è Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, dopo aver depositato in Cassazione le firme necessarie ad avanzare una proposta di iniziativa di legge popolare per riformare il mondo degli appalti. Un passo che si rivelerebbe decisivo per rendere il lavoro meno rischioso. Un sasso nello stagno del 28 aprile, una data in cui i media si riempiono di statistiche piene e di parole vuote. Perché nessuno dei governi e delle maggioranze parlamentari in questi ultimi anni ha mai mosso un dito per migliorare la situazione.
Un nuovo inizio sul tema della sicurezza sul lavoro fu la strage della ThyssenKrupp a Torino, nella maledetta notte tra il 6 e il 7 dicembre del 2007 ai capannoni di Corso Regina, dove sette operai morirono o iniziarono a morire coperti di spaventose ustioni. Da quell’inferno venne fuori il testo unico sulla sicurezza, l’81 del 2008, la madre di tutte le leggi sul tema. Da sempre giudicata un’ottima normativa se non fosse per il fatto che in questo Paese la sicurezza – per dirla con la Cgil – “è da sempre considerata un costo”.
Da allora le cose sono cambiate poco. In questi ultimi anni, terribili stragi, altrettanto cruente, hanno riempito le cronache, sempre disattente a quella continua e ininterrotta ecatombe un tanto al dì che conta tre morti e più. Vittime che quotidianamente insanguinano cantieri, fabbriche, campi e strade, senza che spesso se ne trovi traccia sui giornali. Sono gli edili che cadono dall’alto – esattamente come negli anni ‘50 –, sono i braccianti uccisi dal caldo, dalla fatica, dai ritmi o dai trattori. Gli operai in fabbrica risucchiati dalle macchine, colpiti dalla caduta di materiali, investiti da camion e muletti nel piazzale. È la carenza di ispettori che permette a molti “padroni” di chiudere un occhio e pure l’altro, di chiudere il portafoglio, minacciare i precari, voltare la faccia dall’altra parte rispetto ai dipendenti delle ditte in appalto. E siamo alla strage del cantiere Esselunga a Firenze, alla centrale Enel di Suviana, all’intervento di manutenzione di Casteldaccia, alle cisterne che esalano veleni e diventano trappole mortali, allo stillicidio di operai stanchi e trafelati che muoiono in itinere mentre vanno e vengono dal posto di lavoro rincorrendo una vita assediata dai conti che non tornano.
Non solo morti: danni permanenti da infortuni e malattie professionali
Un conflitto di cui si contano a malapena le vittime, mai i feriti. Che pure sono decine di migliaia l’anno. Spesso menomati per sempre da mutilazioni o invalidità. Spesso ammalati di tumori terribili, cui il nesso lavoro correlato è difficile da dimostrare. Spesso anche loro muoiono alla fine di un lungo calvario figlio della patologia, ma non finiscono in alcun elenco ufficiale di morti sul lavoro. Vite di intere famiglie segnate da eventi di cui non si ha praticamente notizia se non sui report ciclici dell’Inail. Centinaia di milioni di euro bruciati dallo Stato per risarcimenti che costano alla macchina pubblica – ormai lo sanno tutti – molto più di quanto costerebbe lavorare seriamente sul controllo e la prevenzione. E gli strumenti previsti dalla legge ci sarebbero tutti e sarebbero molto efficaci – dagli ispettori ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza –, se non fossero ostacolati, depotenziati e decimati dalla mancanza di investimenti e dal mancato rispetto delle regole.
L’amianto, un killer di cui non si parla. Il 28 aprile ne ricorda le vittime
Ogni anno, il 28 aprile, si celebra anche la Giornata mondiale Vittime dell’amianto, un momento di memoria e consapevolezza dedicato a chi ha perso la vita a causa dell’esposizione a una delle sostanze più pericolose e diffuse del Novecento. “Nel mondo, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, sono oltre 200 mila le vittime ogni anno causate dall’amianto, una delle più gravi emergenze sanitarie globali ancora irrisolte – sottolinea l’Ona, l’Osservatorio nazionale amianto, in una nota –. In Italia, il quadro resta drammaticamente stabile: circa 10 mila nuovi casi di malattie asbesto-correlate ogni anno e 7 mila decessi, senza alcun calo significativo rispetto agli anni precedenti. Un dato che, più che rassicurare, preoccupa: la curva non scende, segnale evidente di una emergenza che continua a produrre effetti nel tempo”.
Materiali contenenti amianto, spiega l’Osservatorio, sono ancora oggi presenti nelle abitazioni, nelle scuole, negli ospedali, nelle biblioteche, nelle strutture sportive, fino alle tubature dell’acqua, così come in numerosi siti produttivi e
contesti industriali. Una presenza che riguarda anche ambiti istituzionali e operativi, comprese le Forze Armate – in particolare Marina, Esercito e Aeronautica – senza escludere altri corpi dello Stato.
Landini: “Non si può morire per il profitto di qualcun altro”
“Non si può morire per il profitto di qualcun altro – ha detto Landini –. Chiediamo che l’azienda che appalta sia pienamente responsabile di come si lavora e che ogni lavoratore, a parità di mansione, abbia lo stesso salario e gli stessi diritti. È tempo di superare la competizione al ribasso tra dipendenti e partite Iva. Il lavoro non deve essere una guerra tra poveri”. Riparte da qui il 28 aprile della Cgil, in prima linea, spesso in solitudine, perché il lavoro torni a essere quello dell’articolo 1 della Costituzione, fondamento della Repubblica e non trappola mortale.
























