I rider pedalano, corrono, consegnano. Sono sfruttati, vessati, senza tutele né diritti. Retribuiti a cottimo con paghe da fame e “cancellati” se restano a casa con la febbre. Sono l’emblema della schiavitù dell’algoritmo e del lavoro povero, le loro battaglie partono dalle strade delle nostre città e attraversano le aule dei tribunali e gli uffici dei giudici inquirenti.

E non si fermano. Per questo le loro battaglie diventano più significative in questo giorno in cui cade il quinto anniversario della morte di Antonio Prisco, rider, rappresentante sindacale napoletano prematuramente scomparso nel 2021.

Iscritto, militante e dirigente di Nidil Cgil, Antonio Prisco ha saputo cogliere bisogni e rivendicazioni del mondo dei rider, trasformandoli in azioni sindacali, sia a livello territoriale che nazionale. Il suo impegno accanto ai lavoratori del food delivery ha portato alle recenti vittorie che hanno stabilito che i rider non sono lavoratori autonomi ma subordinati e che il contratto è un diritto.

Le discriminazioni di Frank

E anche alla famosa sentenza di Bologna in cui per la prima volta in Europa un giudice ha riconosciuto la natura discriminatoria dell’algoritmo Frank di Deliveroo: un sistema digitale che secondo il tribunale è cieco e quindi indifferente alle esigenze dei ciclofattorini, che non sono macchine ma lavoratori. Una svolta nella conquista dei diritti e delle libertà nel mondo digitale.

Un decreto Primo maggio senza risposte

"Un passo indietro neanche per la rincorsa" era il suo motto ed è anche l'ultimo messaggio che ha lasciato. Lo stesso che continua a seguire chi si batte per i diritti dei lavoratori della gig economy, a cominciare dalle misure contenute nell’ultimo decreto Primo maggio, licenziato ieri (28 aprile) dal consiglio dei ministri.

“Misure che non rispondono al complesso dei problemi che sono all’interno del settore del food delivery – commenta Nicola Marongiu, responsabile area contrattazione, politiche industriali e del lavoro della Cgil –. Sulla base delle bozze circolate nei giorni scorsi, ci aspettavano qualche elemento di maggiore efficacia sul fronte dell’intermediazione illecita e del contrasto allo sfruttamento lavorativo, aspetti che non ritroviamo in questa ultima versione. Allo stesso modo, è sparito anche l’articolo che faceva riferimento ai compensi che non potevano essere inferiori a quelli definiti dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. C’è un elemento positivo: il decreto pare anticipare la trasposizione della direttiva rider che sarebbe dovuta avvenire entro novembre 2026”.

Presunzione di subordinazione

In che modo? Viene introdotta la presunzione di subordinazione, che risponde all’articolo 5 della normativa europea laddove sussistano indici di direzione e controllo nello svolgimento di attività anche attraverso piattaforma o utilizzo di algoritmo ulteriormente specificati nel decreto, che fanno intendere che quel rapporto di lavoro non ha un carattere di autonomia genuina.

“Inoltre, è confermato che l’onere della prova – prosegue Marongiu -, nel caso in cui l’azienda intenda confutare in giudizio questa presunzione di subordinazione, è in capo all’impresa stessa. Da una prima lettura, quindi, il provvedimento sembrerebbe abbastanza rispondente al contenuto della direttiva”.

Dalla direttiva al decreto

Confermati anche gli obblighi di comunicazione al lavoratore su come si forma il compenso e sul numero delle consegne, anche se in modo generico, e rafforzate le informazioni obbligatorie.

“Dobbiamo ancora capire quanto della direttiva è stato trasposto e se quella trasposizione è sufficiente – conclude Marongiu -: il giudizio è quindi necessariamente rimandato. Averne anticipato alcune parti può essere comunque un passo in avanti che in questa fase potrebbe favorire il successo del contenzioso giuridico legale, oltre che indurre le piattaforme a un diverso atteggiamento”.

Le inchieste di Milano

Il decreto Primo maggio non contiene invece norme in grado supportare le inchieste dalla portata epocale della procura di Milano che hanno portato al controllo giudiziario d’urgenza per sfruttamento e caporalato a carico di Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo, e di Deliveroo.

Le accuse sono pesanti: sfruttamento dei lavoratori, paghe da fame, sotto la soglia di povertà, condizioni di ricatto nelle quali vengono tenuti i rider, schiavi costretti a prestare la propria opera. All’amministratore nominato dai giudici spetta il compito di procedere alla regolarizzazione dei 40 mila rider impiegati in tutta Italia da Glovo e dei 20 mila di Deliveroo.

Un algoritmo come capo

Ciclofattorini che secondo i magistrati inquirenti “percepiscono retribuzioni sicuramente non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro”, che contrastano con l’articolo 36 della Costituzione e non sono in grado di garantire un’esistenza libera e dignitosa.

E che pur lavorando come partite Iva vengono impiegati come dipendenti: l’algoritmo “gestisce la prestazione attraverso una piattaforma informatica che predefinisce l’ambiente operativo, governa la prestazione tramite stati operativi digitali, geolocalizza costantemente i prestatori d’opera, misura la disponibilità e la performance del lavoratore, e collega questi indici alla retribuzione”. Una forma di etero-organizzazione compatibile che la disciplina del rapporto subordinato.