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Le settimane che abbiamo alle spalle sono state scandite da cronache terribili che non possono non interrogare.
Entrare nelle singole storie è inopportuno, probabilmente ingiusto e necessariamente inadeguato. Ma provare a ragionare su come noi, società, non solo quella formale fatta di istituzioni e servizi, ma anche quella fatta di singoli e singole, siamo stati e avremmo dovuto essere, è certamente utile.
Ciò che ha fatto più notizia è la tristissima storia della famiglia di Pietralata, due genitori che uccidono la figlia gravemente disabile e se stessi. Solitudine, incapacità di affrontare materialmente ed emotivamente il dolore, e la fatica di una figlia non autosufficiente. Ma anche difficoltà economiche che una fragilità simile – al di là di eventuali scelte sbagliate – porta con se. Segnali e richieste di aiuto, ancorché mascherate, ne avevano lanciate ma evidentemente non sono stati ascoltati. Ora, per quel che sarà possibile, tocca alla magistratura cercare di capire, ed è bene fare un passo indietro. Ma ci sono domande a cui collettivamente dovremmo provare a dare risposta.
La domanda fondamentale è: i diritti che le persone fragili e le loro famiglie hanno sulla carta, ancorché insufficienti, sono realmente goduti?
Una persona non autosufficiente o portatrice di disabilità deve prima di tutto farsi riconoscere questa condizione. È in sperimentazione una riforma della disabilità che come più volte denunciato dalla Cgil nazionale, dall’Inca, dallo Spi, dalle Cgil territoriali, non funziona. E non funzionando rende ancor più difficile di prima il riconoscimento formale della condizione, ma senza quel riconoscimento non si hanno diritti.
La ministra Locatelli fa orecchie da mercante, ma la realtà è che nei territori dove si sperimenta la riforma si registra un netto calo delle domande. Le domande calano non perché siano diminuite le persone non autosufficienti e con patologie, ma perché il nuovo meccanismo di accesso, che affida al certificato medico introduttivo il valore di domanda, limitando fortemente il ruolo dei patronati e privando i cittadini di un orientamento qualificato sui propri diritti, ha costi elevati. E c’è scarsa disponibilità dei medici di base a produrli.
Secondo l’Osservatorio dello Spi Cgil, “il bilancio complessivo nelle sessanta province monitorate descrive un quadro di estrema gravità: sono ben 89.646 le istanze di invalidità civile in meno rispetto ai periodi antecedenti l’avvio del nuovo sistema”. Cosa succederà se e quando la riforma entrerà a regime?
In ogni caso, una volta ricevuto dall’Inps attestato di invalidità civile che certifica la non autosufficienza, si riceve in automatico – ma non sempre è così automatico - un’indennità di poco più di 500 euro al mese. Tutto il resto va richiesto. Alla Asl di appartenenza andrà infatti consegnata una richiesta del medico di medicina generale e il certificato di invalidità per avere il diritto all’assistenza domiciliare. In quanti lo sanno?
A chi scrive è capitato di cogliere in un negozio, lo sfogo disperato di una commessa: “Ho mamma non autosufficiente, è sempre a letto, non deglutisce quasi più . Non riesco più a far fronte alle spese, dai pannoloni al gel che ingerisce al posto dell’acqua, fino ad arrivare alla fisioterapia”. È bastato suggerirle di far richiesta alla Asl di assistenza domiciliare per ricevere a casa gratuitamente tutto ciò di cui la mamma necessita. Sono, però, trascorsi anni da quando quella donna aveva diritto a essere assistita. Nessuno lo aveva detto alle figlie.
Certo, purtroppo, vista la regionalizzazione della sanità e viste le poche risorse – sempre meno grazie a Meloni – non in tutti i territori si riceve lo stesso tipo di assistenza, benché i Lea dovrebbero essere garantiti ovunque. E chissà cosa succederà fra poco, visto che nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che di fatto ha bocciato la legge sull’autonomia differenziata, ben 4 regioni hanno fatto approvare dal Governo le preintese.
In ogni caso la domanda che rimane senza risposta è: ma non sarebbe più semplice e più rapido se una volta accertata la non autosufficienza fosse l’Inps o il medico di medicina generale a segnalarlo alla Asl, così che la stessa prenda in carico la persona bisognosa di accudimenti e titolare di diritti? E quanti sanno che – anche in questo caso dipende dalle regioni – le persone non autosufficienti hanno diritto all’esenzione del bollo auto e all’abbattimento dell’Iva dal 22 a 4% per l’acquisto di una autovettura? Ancora in quanti sanno che in alcuni territori - certamente a Roma ma non solo – si ha diritto ad un contributo economico per il salario dell’assistente familiare, la cosiddetta badante? E potremmo continuare a lungo.
A fronte di diritti conquistati ma spesso sconosciuti, ci sono anche quelli che non esistono o che sono una specie di presa in giro. Certamente la mamma di Pietralata era caregiver della bimba, probabilmente se un lavoro lo aveva avrà dovuto lasciarlo. La legge sui caregiver è appunto, una sorta di presa in giro. Per avere diritto al contributo di 400 euro al mese bisogna dimostrare di occuparsi della persona con disabilità per almeno 91 ore alla settimana, avere un Isee non superiore a 15.000 euro e un reddito personale annuo non superiore a 3.000 euro. Numeri che dicono tutto.
Secondo la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi e il responsabile dell’ufficio Politiche per il lavoro e inclusione delle persone con disabilità, Valerio Serino: “La valorizzazione del ruolo dei e delle caregiver non può concretizzarsi con mancette o bonus, servono una infrastrutturazione di servizi per la presa in carico del bisogno delle persone in condizione di non autosufficienza, tutte”.
Presa in carico, caregiver, servizi e cura, diritti davvero conosciuti ed esigibili sono molto, ma non sono tutto. Le persone fragili, le loro famiglie hanno bisogno anche di non essere invisibili, di sentirsi ascoltati, accolti. Le cronache estive dovrebbero interrogare ciascuno di noi, c’è bisogno di solidarietà e accoglienza non di classi differenziate. E visto che mancano pochi giorni al suono delle campanelle, ogni bimbo o bimba, ogni ragazzo o ragazza con disabilità ha diritto a un insegnate di sostegno, sempre lo stesso per tutto l’anno scolastico. E augurabilmente per l’intero ciclo. Ogni insegnante di sostegno avrebbero diritto ad un lavoro stabile.
Valditara, Meloni, battete un colpo.


























