Poco più di un anno fa la Corte costituzionale ha preso la legge Calderoli sull’autonomia differenziata e l’ha bocciata. Tant’è vero che proprio in virtù di quella bocciatura su quella legge non si andò a referendum, che pure aveva raccolto un milione di firme. E la bocciatura della Corte era significativa: la sentenza infatti afferma due punti cardinali, le regioni non possono chiedere la devoluzione di materie ma solo alcune funzioni dimostrando come quelle siano fondamentali per quel territorio specifico. E in ogni caso, terzo punto, nessuna funzione collegata a materie soggette a Livelli essenziali di prestazioni, possono essere devolute.

Il governo ci prova

Ma si sa il governo Meloni ha una sorta di allergia a regole e controlli che non sia lui a stabilire. E soprattutto questa allergia si manifesta grave, soprattutto quando regole e controlli riguardano il governo stesso o i partiti di destra che lo sostengono. E allora ecco la soluzione: far finta che la sentenza non esista. Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria, con l’accorta regia del ministro Calderoli, hanno vergato quattro preintese l’una la fotocopia dell’altra. Infischiandosene del fatto che avrebbero dovuto giustificare la richiesta di ogni singola funzione richiesta con motivazioni peculiari per il proprio territorio, le hanno fatte approvare dal Consiglio dei ministri e poi dal Senato e dalla Camera.

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Non solo preintese fotocopie ma le “funzioni” richieste riguardano anche materie sottoposte a Lep sotto mentite spoglie, a cominciare dalla sanità. Ancora, come è possibile immaginare ad esempio che la protezione civile sia una funzione e non una materia, che per di più non necessiti di coordinamento nazionale? E come è possibile affermare che la regolamentazione delle figure professionali sia differente tra Calabria e Lombardia? O che la previdenza complementare dei lavoratori e lavoratrici pubbliche della Liguria necessiti di differenziazioni tra i dipendenti della Liguria e quelli della Puglia?

Le preintese dividono il Paese

CHRISTIAN FERRARI CGIL
CHRISTIAN FERRARI CGIL
Christian Ferrari, Cgil (IMAGOECONOMICA)

Tra i promotori del referendum abrogativo dell’Autonomia differenziata c’era la Cgil. Le ragioni di quella contrarietà non sono affatto mutate e le preoccupazioni per quel che accade è alta. Christian Ferrari, segretario  confederale della Cgil, si interroga proprio sulla “correttezza” nella definizione di non Lep delle materie per le quali si chiede la devoluzione: “Questa definizione rischia di far apparire secondario e di scarso rilievo ciò che secondario non è affatto. Parliamo, infatti, di protezione civile, di ordinamento delle professioni, di previdenza complementare e integrativa e, soprattutto, di tutela della salute: materie che incidono direttamente sui diritti delle persone, sulla qualità del lavoro e sulla coesione e unitarietà del sistema pubblico”.

“Ciò vale, in particolare, per la sanità pubblica – aggiunge - già segnata da una crisi profonda: concedere ulteriori margini di autonomia in questo ambito significa accentuare la frammentazione del servizio sanitario nazionale; indebolire i principi di uguaglianza e universalità dei diritti sociali; rendere ancora più profondi gli attuali – insostenibili – divari territoriali”.

La sollevazione dei territori

Gigia Bucci, segretaria generale della Cgil Puglia

È partita la Puglia: il presidente Decaro ha annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale. Risponde Gigia Bucci segretaria generale della Cgil Puglia: “Questa destra di governo conferma il suo disprezzo per il meridione e per le istituzioni, provando ad aggirare la sentenza della Consulta sull’autonomia differenziata con giochi di parole che non cambiano la sostanza delle cose. Bene ha fatto il presidente della Regione a rilanciare un fronte che deve essere comune, contro questo disegno che disgrega il Paese e avvilisce i territori e i cittadini e le cittadine del Mezzogiorno”.

Effetti nefasti

Rispetto agli effetti che quelle preintese avrebbero se entrassero in vigore, la segretaria aggiunge: “C’è un tema che da tempo la Cgil e la nostra categoria del pubblico denunciano: la grave carenza di organici nelle strutture sanitarie, e la fuga di molti professionisti e operatori dal servizio sanitario nazionale verso il privato. A causa delle condizioni di lavoro divenute insostenibili proprio per colpa di quel gap di personale cui tocca sopperire, sia per i salari non adeguati. A fronte di tagli rispetto al Pil alla sanità pubblica, che ha effetti più deleteri sui territori del Mezzogiorno, permettere alle regioni più ricche di poter pagare compensi aggiuntivi a chi è in servizio, fissare tariffe differenziate, rischia di svuotare ancor più i nostri ospedali, determinare ulteriore mobilità passiva che è tra le voci che grava maggiormente sul bilancio sanitario della Puglia”.

La Campania in campo

NICOLA RICCI, SG CAMERA DEL LAVORO DI NAPOLI
NICOLA RICCI, SG CAMERA DEL LAVORO DI NAPOLI
NICOLA RICCI, SG CAMERA DEL LAVORO DI NAPOLI (IMAGOECONOMICA)

Anche il presidente della Campania Fico annuncia un possibile ricorso alla Consulta. Dice Nicola Ricci, segretario generale della Cgil campana: “Per la Campania quello di oggi è un vero e proprio scippo di risorse e competenze su materie complesse come la sanità e le politiche sociali”. E aggiunge: “Le ragioni sono evidenti: nessun provvedimento e nessuna risorsa aggiuntiva è stata destinata nell’immediato per abbattere definitivamente il nodo dell’emigrazione sanitaria che in Campania ha un costo 300 milioni di euro. In più, sulle politiche sociali non ci sono, al netto di un intervento sugli asili nido, risposte mirate ai bisogni territoriali specifici. Infatti, va considerato anche il disegno di legge, in discussione in Parlamento, sulla determinazione dei Lep. Un disegno di legge – sostiene - che continua a ignorare una realtà evidentissima: senza risorse aggiuntive il Sud sarà sempre più condannato all’isolamento rispetto al Nord. Le materie oggetto dell’accordo rappresentano una minaccia concreta all’unità del Paese e quello sulla tutela della salute è la più preoccupante”.

La Calabria si mobilita

“Se il governo continua la sua corsa verso l’autonomia differenziata, noi non allentiamo minimamente la presa e continuiamo a sostenere con forza che la Calabria vive già, di fatto, una “differenziazione” dal resto del Paese. Sono i numeri e i dati a dirlo. La nostra terra è penalizzata su sanità, infrastrutture e trasporti, istruzione. Non ha bisogno di nuovi modelli di governo che andranno inevitabilmente ad incidere negativamente e a peggiorare ulteriormente la qualità di vita dei calabresi”. Lo afferma il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta.

Diritto alla salute, Occhiuto batti un colpo

Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria

Le preoccupazioni di Trotta sono evidenti: “Preoccupa – aggiunge - che il presidente Occhiuto abbia firmato la preintesa e che esponenti del governo dichiarino che la Calabria potrebbe essere la prossima ad avere la ‘sua sanità’. La Calabria ha già un suo personale modello di sanità pubblica. Un modello in cui i Lea sono al di sotto dell’assistenza territoriale. I dati del nuovo sistema di garanzia del ministero della Salute, riferiti al 2024 e basati sul monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza, la pongono all’ultimo posto in Italia. Una fotografia drammatica”. “I diritti sociali e civili - aggiunge - non possono dipendere dal luogo in cui si è nati, si lavora o si vive. Il presidente Occhiuto ci ripensi, esca da logiche politiche e pensi al bene dei calabresi”.

I diritti devono valere anche in Basilicata

Fernando Mega, segretario generale della Cgil Basilicata

La Costituzione afferma che la Repubblica è una e indivisibile e che tutti i cittadini e le cittadine sono uguali. Ebbene, rivendica Fernando Mega, questi principi devo valere anche in Basilicata: “Il centrodestra lucano dia un segno tangibile di orgoglio regionale e meridionale. Si dissoci dalla logica divisiva imposta dalla Lega e tuteli la nostra sanità e la nostra scuola pubblica. I diritti sociali e civili non possono dipendere dal luogo in cui si è nati, si lavora o si vive”.

E aggiunge: “Ciò vale, in particolare, per la sanità pubblica, già segnata da una crisi profonda, soprattutto al Mezzogiorno e in Basilicata, dove il tasso di migrazione sanitaria è elevatissimo: concedere ulteriori margini di autonomia in questo ambito significa accentuare la frammentazione del Servizio sanitario nazionale, indebolire i principi di uguaglianza e universalità dei diritti sociali e rendere ancora più profondi gli attuali divari territoriali. Occorre invece andare nella direzione opposta: garantire l’esigibilità del diritto alla salute in tutto il territorio nazionale”.

Non solo Sud

Tiziana Basso, segretaria generale della Cgil Veneto

Il Veneto fu regione apripista nel chiedere autonomia, ma non è così che si risolvono i problemi della Regione. Lo sostiene con forza la segretaria generale della Cgil Tiziana Basso: “Sono trascorsi quasi dieci anni dal referendum sull'autonomia differenziata del Veneto. Dieci anni in cui la nostra Regione è arretrata sul piano industriale, dei diritti del lavoro, della qualità del welfare pubblico e universalistico. Nessuna iniziativa significativa è stata assunta né dalla Giunta regionale attuale, né da quella precedente per fermare e invertire il declino in corso. Ci si è limitati alla propaganda della legge Calderoli, demolita dalla sentenza della Corte costituzionale. E adesso si insiste con le preintese su quattro materie ‘No Lep’, che rappresentano un evidente tentativo di aggirare il pronunciamento della Consulta e che potrebbero essere nuovamente sanzionate. Non è questa la risposta di cui il Veneto ha bisogno. Non è aumentando i divari tra i territori, mettendo in discussione il principio costituzionale di uguaglianza nell'accesso ai diritti fondamentali, che si migliorano le condizioni materiali di vita e di lavoro delle cittadine e dei cittadini veneti”.

La Cgil in campo

Christian Ferrari è netto, occorre andare nella direzione contraria alle preintese: “Garantire l’esigibilità del diritto alla salute in tutto il territorio nazionale, come prevede la nostra proposta di legge di iniziativa popolare. Questo per quanto riguarda il merito politico delle scelte. Non meno rilevante è il fatto che si sta cercando di far rientrare dalla finestra ciò che la mobilitazione popolare alla pronuncia della Corte costituzionale sulla legge Calderoli hanno fatto uscire dalla porta. Il passaggio di oggi non è definitivo, per questo la Cgil continuerà a battersi per evitare che il Paese diventi ancora più diseguale e che ne venga messa in discussione l’unità sostanziale. I diritti sociali e civili non possono dipendere dal luogo in cui si è nati, si lavora o si vive”.

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