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Nessuna nuova non è sempre buona nuova. Anche questa volta, come a ogni inizio anno scolastico, scatta l’allarme insegnanti di sostegno. E i motivi sono sempre gli stessi. Nel generale panorama desolante di una scuola che si regge sulle spalle dei precari (circa 200 mila), spicca il dato degli insegnanti di sostegno: saranno anche quest’anno circa 140 mila i posti assegnati in deroga a docenti precari e spesso senza il titolo di specializzazione. Il dato è clamoroso, se si pensa che i posti stabili nell’organico di diritto sono circa 128 mila: ci sono molti più supplenti che lavoratori e lavoratrici assunti in pianta stabile.
In deroga vuol dire una cosa molto semplice: si tratta di posti sui quali, pur essendo disponibili ogni anno, non vengono fatte assunzioni a tempo indeterminato ma a tempo determinato fino al 30 giugno, cioè in deroga sull’organico di diritto. Con pesanti ricadute sia per la stabilità lavorativa delle persone coinvolte, sia per la qualità dell’insegnamento per i circa 380 mila alunni con disabilità - in aumento di circa il 5% ogni anno - che popolano le scuole italiane.
Le immissioni in ruolo non bastano
A questo poi si aggiunge un altro nodo che non si vuole risolvere, quello delle immissioni in ruolo che non riescono a coprire il fabbisogno, seppur al di sotto delle reali necessità, dell’organico di diritto. “Quest’anno – spiega Manuela Calza, segretaria nazionale Flc Cgil - le operazioni di immissione in ruolo sono state più complesse del solito a causa della sovrapposizione di diverse procedure concorsuali che hanno prodotto molte rinunce di persone che magari hanno vinto più più concorsi e quindi poi hanno dovuto optare per l'uno o per l'altro. Il che ha creato una situazione disomogenea sul territorio nazionale”.
Questa situazione ha avuto ricadute pesanti sul sostegno: “Dopo aver fatto assunzioni dalle graduatorie ordinarie, dagli elenchi regionali e da quella provinciali di prima fascia - continua la sindacalista - in tutta Italia sono rimasti 4 mila posti vacanti, sui quali non è stato possibile assumere e che quindi saranno anche in questo caso assegnati con supplenza al 31 agosto, con grandi concentrazioni in alcune Regioni (2 mila solo in Lombardia) e ben 3.500 nella scuola primaria”.
Insegnanti che cambiano ogni anno
Insomma: un vero pasticcio che ha creato una situazione insostenibile in un settore particolarmente delicato dell’istruzione. Secondo un report dell’Istat nell’anno scolastico 2024/2025, il 58% degli studenti con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente, percentuale che “sale al 61% nelle scuole secondarie di primo grado e raggiunge il 70% nelle scuole dell’infanzia”. Non solo quasi un alunno su dieci, “ha cambiato insegnante per il sostegno nel corso dello stesso anno scolastico”. Per l’Istat, dunque, “la discontinuità didattica si conferma una delle criticità più persistenti nel tempo”.
A questa situazione Valditara ha provato a fornire una risposta con una toppa: la possibilità data alle famiglie di chiedere la conferma anche per l’anno successivo del docente di sostegno. “Ma non ha funzionato – attacca la dirigente della Flc Cgil -. Non si tratta di una vera stabilizzazione e dunque quel docente magari entra in ruolo da un’altra parte o si inserisce in una graduatoria in cui ha più possibilità di lavorare e non può proseguire. E comunque si tratta di una procedura che abbiamo fortemente criticato, perché viola la trasparenza delle graduatorie: l'insegnante per cui è richiesta la conferma può scavalcare anche chi ha più titoli, più esperienza, una professionalità più più consolidata. Il tutto fermo restando la legittima aspirazione di insegnanti e famiglie, le cui richieste sono state tante, ad avere una continuità didattica. Ma il problema è strutturale e non si risolve in questo modo”.
Il problema della formazione
C’è un altro dato che fa riflettere. In questa situazione di caos generale, circa il 30% di chi lavora nel sostegno non ha il titolo di specializzazione. Il dato è medio e cresce ancora in alcune regioni e soprattutto nelle scuole dell’infanzia e primarie. Ma come è possibile? “Le università – risponde la segretaria nazionale della Flc Cgil – attivano i corsi di specializzazione in maniera incoerente rispetto ai fabbisogni delle scuole, quindi più posti al Sud rispetto al Nord, e più nell’istruzione di secondo grado piuttosto che nella primaria”.
E ancora: “Manca un coordinamento col ministero dell'Università e della ricerca che si appella all'autonomia degli atenei, rinunciando così a svolgere un ruolo di pianificazione e di coordinamento”. È lo stesso meccanismo per cui, quando si parla di immissioni in ruolo, ci sono regioni e ordini di scuola dove le graduatorie sono sovraffollate e altre in cui sono incapienti.
Né ha funzionato, anche in questo caso, un altro tentativo di toppa pensato dal governo: l'avvio di percorsi semplificati e facilitati di specializzazione gestiti da Indire e riservati a chi ha svolto tre anni di servizio nel sostegno o a chi ha acquisito titoli all’estero in attesa di riconoscimento, o che addirittura, puntualizza Calza, “avevano ricevuto un diniego da parte del ministero. Anche in questo caso, infatti, i corsi sono stati organizzati senza considerare i reali bisogni delle scuole nelle diverse aree del Paese, senza dimenticare che hanno contribuito ad abbassare il livello qualitativo della formazione”.
Una situazione complessa, in sintesi, sia dal punto di vista quantitativo (troppe cattedre scoperte) che qualitativo (troppi insegnanti senza specializzazione) e che però avrebbe soluzioni semplici: assumere a tempo indeterminato sui posti strutturalmente vacanti e lavorare a una seria programmazione della formazione. Cose semplici che però non si fanno.
























