Prosegue la raccolta di firme in calce alla legge di iniziativa popolare per il diritto alla salute. Firmare è facile: basta collegarsi con la pagina dedicata sul sito del ministero della Giustizia, o recarsi nelle sedi territoriali della Cgil. Dello stato di salute della sanità italiana parliamo con Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil.

Non è più solo la Cgil ad affermare che il servizio sanitario nazionale è sempre più in affanno. Dal Country Report 2026 della Commissione europea arriva un serio monito per il nostro Paese: l’accesso alle cure è sempre meno garantito. È una vera e propria violazione dell’articolo 32 della Costituzione?
Il servizio sanitario nazionale, a causa di un inadeguato indirizzo politico, sta vivendo da tempo una grave crisi sistemica e di sostenibilità che si traduce in profonde diseguaglianze tra persone e territori. Otto regioni non garantiscono i Lea, un decimo della popolazione rinuncia a cure e prestazioni, la spesa sanitaria direttamente a carico delle famiglie supera i 46 miliardi di euro e il personale sanitario è sottopagato, insufficiente e allo stremo. Per rendere effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione, occorre arrestare questo declino e adeguare l’offerta di assistenza ai bisogni di tutte le persone. A tal proposito credo sia sempre bene ricordare il monito della Corte Costituzionale, che sentenzia come debba essere “la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”. Ma ovviamente questo imporrebbe mettere le mani sul fisco e toccare gli interessi dei super ricchi.

A due anni dal decreto sulle liste di attesa siamo a questi numeri: nel 2024 il 9,9% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie. La causa principale sono proprio le liste d’attesa: il 6,8% degli italiani le indica come motivo della mancata cura.
Sì, è una delle conseguenze più evidenti delle difficoltà che attanagliano la sanità pubblica, arricchiscono la sanità privata, escludono parte della popolazione e ne impoveriscono un’altra. Certo, non si affrontano con decreti d’urgenza e senza risorse, ma con un forte investimento in termini organizzativi, economici e di personale. Proprio questo è l’obiettivo della proposta di legge di iniziativa popolare che si intitola “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Ssn e la valorizzazione del personale”. Una proposta che si concentra sugli interventi ritenuti prioritari per interrompere il declino e per creare le condizioni finanziarie, umane e strumentali per promuovere il progressivo rafforzamento e valorizzazione del servizio e del personale, adeguando l’offerta di assistenza ai bisogni della popolazione, congelando i finanziamenti ai privati. I principi a fondamento della proposta sono quelli definiti dalla Costituzione e quelli indicati dalla legge 833/78 istitutiva del servizio sanitario nazionale: universalità, uguaglianza, equità e globalità da garantire attraverso il governo pubblico, in un quadro di programmazione e partecipazione. Ci sono cinque temi prioritari: risorse, personale, territorio, non autosufficienza e liste di attesa garantite davvero. Ovviamente servono risorse, occorre finanziarla con un livello non inferiore al 7,5% del Pil e gli sforzi maggiori devono essere interamente destinati al potenziamento delle strutture pubbliche. Insomma non giriamoci attorno: serve anche mettere mano con convinzione al fisco rendendolo coerente con il principio di progressività previsto nella Costituzione. E poi la prevenzione, la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, i consultori familiari, la salute mentale, le dipendenze, la farmaceutica e la ricerca indipendente.

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La spesa pagata di tasca propria dai cittadini è pari quasi al 24%. Siamo alla privatizzazione della sanità?
L’Italia è tra i Paesi europei con una bassa spesa sanitaria pubblica, e un’elevata spesa privata a carico delle famiglie che vede impoverire i salari e le pensioni. Perciò la risposta alla domanda non può che essere affermativa. La privatizzazione assume molteplici forme moltiplicando le disuguaglianze: si pensi alla delibera della Giunta regionale lombarda sulla cosiddetta “super intra moenia” che sta delineando i presupposti per il superamento dell’universalismo della sanità pubblica attraverso percorsi preferenziali (ovviamente solo inizialmente), anche all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, per chi può contare sulla copertura di fondi sanitari integrativi o polizze sanitarie. Ancora più preoccupanti le dichiarazioni (e le azioni) di importanti esponenti politici della destra al governo che vogliono pericolosamente rottamare il servizio sanitario, spalancando le porte a un sistema misto, pubblico-privato, di tipo mutualistico. Un’ulteriore insidia è rappresentata dal disegno di legge delega del governo, ora all’esame del Parlamento, per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera, con il quale si realizza uno spezzatino della rete ospedaliera drenando ulteriormente risorse dal sistema pubblico verso il privato, frammentando il diritto alla salute e aumentando ancor più le diseguaglianze tra le persone e i territori. Fortunatamente sembrerebbe che tutte le Regioni, anche quelle di destra, abbiano bocciato senza appello le volontà del governo Meloni. Per questo non c’è più tempo da perdere: la proposta di legge per il rafforzamento della sanità pubblica deve entrare nel dibattito pubblico e politico perché, rappresenta una risposta forte e concreta ai bisogni di salute delle persone.

Poi c’è il nodo del personale. Anche in questo caso a fronte di enormi mancanze, soprattutto dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, nei pronto soccorso e negli ospedali si continua a far ricorso alle partite Iva e ai gettonisti. Anche in questo caso furono emanati provvedimenti che avrebbero dovuto eliminare il fenomeno. Fallimento o strategia verso la privatizzazione?
Il personale è la principale risorsa del servizio che da troppo tempo si trova a essere sottopagato, insufficiente, sottoposto a carichi di lavoro insostenibili. La carenza di personale riguarda praticamente tutte le figure professionali e soprattutto chi è impegnato direttamente nell’assistenza come gli infermieri che peraltro dovrebbero ricoprire un ruolo fondamentale nella riforma dell’assistenza territoriale. In particolare, per rendere operative tutte le case della comunità e gli ospedali di comunità previsti dal Pnrr rispettando gli standard definiti nella riforma dell’assistenza territoriale: senza contare i medici, sarebbe necessario assumere almeno 36 mila unità di personale, tra infermieri, operatori sociosanitari, assistenti sociali e personale amministrativo. È evidente: è necessario un piano straordinario di assunzioni e di valorizzazione del personale, in termini professionali ed economici. È necessario aumentare le retribuzioni tabellari dei dipendenti del servizio sanitario, rendendole attrattive rispetto al contesto europeo. Oggi la spesa per il personale è crollata sotto il 30%, vanno eliminati perciò i tetti alla spesa del personale e al salario accessorio. Per quanto riguarda i medici di medicina generale, la proposta di legge è chiara: occorre prevedere la creazione di una specializzazione universitaria analoga a quella del personale medico del Ssn, e il progressivo passaggio, per mmg e pediatri di libera scelta, dall’attuale rapporto convenzionale all’inquadramento nel ruolo della dirigenza sanitaria del servizio. Entrambe queste figure devono contribuire allo sviluppo dell’assistenza territoriale, esercitando la loro attività anche nelle case della comunità e nelle altre sedi dei servizi distrettuali nell’ambito di équipe multiprofessionali.

Il rapporto richiama l’Italia perché la spesa per la sanità diminuisce. Insomma un vero e proprio fallimento su tutta la linea?
Il raffronto della spesa sanitaria pubblica italiana con quella degli altri Paesi europei è impietoso: l’Italia è il fanalino di coda con gap sempre più difficili da colmare, con una prospettiva di ulteriore riduzione del finanziamento del servizio sanitario in rapporto al Pil già gravemente insufficiente rispetto ai bisogni di prevenzione, assistenza e cura. Per questo la proposta di legge fissa a un livello non inferiore al 7,5% del Pil le risorse destinate al servizio che – ovviamente – vanno incrementate progressivamente fino a 43 miliardi di euro in più all’anno a decorrere dal 2030. E l’incremento deve essere interamente destinato al potenziamento di servizi e cure direttamente erogati dalle strutture del servizio sanitario.

Mobilitazione, partecipazione per salvare e rilanciare il Ssn, quindi, ma anche per allargare il perimetro della democrazia costituzionale?
Per tutte queste ragioni la proposta di legge di iniziativa popolare rappresenta un’occasione straordinaria per costruire un grande movimento di popolo e di partecipazione democratica capace di raccogliere il più largo sostegno possibile tra le persone e le comunità, per riaffermare il valore del servizio sanitario, pubblico e universale, e per rendere effettivo il diritto alla tutela della salute, come prevede la Costituzione. Una proposta di legge per una mobilitazione popolare, ma anche per spostare un poco più a sinistra l’idea di Paese.

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