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Le discriminazioni e gli stereotipi hanno molti volti. Difficili a essere prima svelati e poi superati. L’autonomia economica delle donne è fondamentale: fa bene all’economia, e numerosi sono gli studi internazionali che lo dimostrano; fa bene alle donne, anche come strumento indispensabile per sottrarsi a eventuali violenze domestiche. La riduzione del divario salariale di genere dovrebbe essere quindi obiettivo fondamentale, ma il recente schema di decreto legislativo approvato in Consiglio dei ministri per tradurre in italiano la Direttiva sulla trasparenza salariale lascia molte perplessità.
In Europa, sarà perché la presidente della Commissione e la presidente del Parlamento sono donne e si fanno appellare al femminile, la consapevolezza del valore dell’autonomia economica delle donne è forte. Al punto che nella passata legislatura è stato approvato un pacchetto di provvedimenti che compongono la Strategia per la parità di genere per il 2020-2025, voluta dalla precedente Commissione Ue, che si basava su altre cinque direttive: la conciliazione vita-lavoro, il contrasto alla violenza contro le donne, la parità di genere nei Cda e le ultime due dedicate agli organismi di parità.
Oltre alle difficoltà di approvazione da parte del Parlamento europeo, visto il mutato orientamento politico continentale, la traduzione in italiano – lo dicevamo - dei provvedimenti europei fa fare sempre un ulteriore passo indietro rispetto al testo europeo.
“La direttiva 2023/970 - avverte Esmeralda Rizzi (Area Politiche di genere Cgil nazionale) - si basa su due strumenti principali: la trasparenza delle retribuzioni sia prima dell’assunzione, collegata alla proposta occupazionale, sia sui livelli retributivi medi ripartiti per sesso delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro; il metro del ‘lavoro di pari valore’ che non è la ‘stessa retribuzione per lo stesso lavoro’, ma tratta di un elemento più profondamente culturale, come culturale è la sostanziale sottovalutazione sociale ed economica del lavoro prevalentemente femminile”.
Il punto è proprio questo: nell’individuare la disparità salariale occorre saper guardare non solo ai lavoratori e alle lavoratrici della stessa azienda che svolgono lavori di pari livello e confrontare i loro salari. La vera discriminazione si annida nella diversità di retribuzione dei lavori a predominante manodopera femminile. Quelli, che di solito afferiscono al mondo dei servizi alla persona e della cura, vengono “pagati” meno.
“Finora le donne – prosegue Rizzi – non sono state penalizzate solo da progressioni di carriera e superminimi legati, ad esempio, alla presenza sul lavoro, ma anche, e più in generale, da una diversa valutazione del ‘valore lavoro’ delle professioni considerate femminili, quelle legate alla cura, all’insegnamento nelle fasce d’età più basse, quelle a maggiore impegno psico-emotivo piuttosto che di forza fisica, come le professioni a contatto con il pubblico”. L’aspetto rivoluzionario della direttiva sulla trasparenza sta proprio qui, nel riconoscere anche questo stereotipo, forse il più subdolo e discriminatorio.
La direttiva europea, dunque, riconosce come discriminazione salariale anche una diversità di retribuzioni tra lavori di “pari valore”, ma retribuiti in maniera differente. Gli imprenditori italiani e quelli europei si sono scagliati proprio su questo punto e il governo italiano, quello per la prima volta presieduto da una donna che però vuol farsi chiamare al maschile, sembra aver accolto le richieste degli imprenditori.
Spiega infatti la dirigente sindacale che il testo varato dal Consiglio dei ministri “limita di fatto la portata potenzialmente rivoluzionaria della direttiva 2023/970 comprimendo sia il ruolo delle parti sociali, com’era invece previsto nelle indicazioni europee, sia alcune prescrizioni normative. Già a partire dalla modalità di stesura del decreto, che ha visto un primo coinvolgimento dei sindacati confederali prima dell’estate 2025 ma su loro sollecitazione, un incontro allargato alle parti datoriali presso il ministero del Lavoro a settembre, infine un sostanziale silenzio fino alla presentazione per sommi capi dell’ipotesi di decreto appena quattro giorni prima del voto in Consiglio dei ministri”.
Ma la cosa peggiore è che nella versione governativa il testo esclude dalle procedure di trasparenza una serie di “lavori”, proprio quelli a prevalente manodopera femminile.
“Ancora una volta, il primo governo italiano guidato da una donna penalizza le altre donne, sacrificandole sull’altare di equilibri politici che vedono nella parità di genere non uno strumento di miglioramento sociale, ma di rottura di privilegi e posizioni di forza che trovano nelle destre sostegno e tutele”, conclude Rizzi: “È davvero il caso di dire che alcune donne riescono sì a rompere il soffitto di cristallo per poi lasciare, però, che i pezzi di vetro taglienti cadano addosso a tutte quelle che ancora si trovano sotto”.



























