PHOTO
Esiste una nuova geografia del mondo e corre spedita su due ruote. Parte da un algoritmo, attraversa un semaforo rosso e arriva dritta allo stomaco di chi cena al caldo mentre qualcun altro pedala al freddo. La chiamano piattaforma, ma somiglia a un impero coloniale senza mappe, dove il centro incassa e la periferia suda.
Glovo finisce commissariata e qualcuno finge sorpresa. Come se lo sfruttamento avesse improvvisamente cambiato nome, come se la parola innovazione avesse davvero lavato via secoli di rapporto servo-padrone. Qui il progresso indossa una felpa tecnica e ti paga a consegna, con il sorriso obbligatorio di chi ringrazia pure.
I rider vengono raccontati come lavoratori liberi, autonomi, imprenditori di sé stessi. Una favola così ben scritta e sceneggiata da sembrare vera. Poi guardi i numeri, le ore, le schiene piegate, le ruote bucate, i permessi che restano un miraggio. E ti accorgi che la libertà è a cottimo, la dignità in saldo e i diritti fuori catalogo.
Il caporalato digitale si presenta pulito, internazionale, con sede legale elegante. Nessun fischio, nessuna frusta, solo notifiche che comandano più di un caporeparto. Se rallenti sparisci, se protesti vieni disconnesso. La modernità ama il silenzio dei ciclofattorini invisibili.
Ora il commissariamento apre una crepa, minuscola ma reale. Da lì passa una domanda scomoda. Vogliamo un’economia che corre veloce lasciando sangue sull’asfalto o una società che si ferma a guardare chi pedala? Il dibattito resta aperto, come le ferite di chi consegna il nostro comfort.






















