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Per molti dipendenti comunali a Como quella di oggi, 11 febbraio, è stata una giornata storica, la prima in cui hanno scioperato in vita loro. E in città a memoria d’uomo non si ricorda una protesta che abbia coinvolto tutti, ma proprio tutti i lavoratori del Comune. Ma “la misura è colma”, ci ha detto, senza mezzi termini, Stefania Macrì, segretaria generale della Fp Cgil provinciale, al termine di una mattinata di presidio e flash mob.
Sono oltre 600 i dipendenti del Comune di Como e rivendicano, con questa mobilitazione unitaria, “i 179 mila euro che Alessandro Rapinese, il sindaco, ‘si è ripreso’, sottraendoli alla contrattazione. Laddove noi – spiega la dirigente sindacale – vorremmo che quelle somme fossero redistribuite in maniera equa tra tutti e non, come invece vuole fare lui, favorendo una manciata di figure organizzative, 22 in tutto su 600, lasciando al resto soltanto le briciole”.
Ampia la partecipazione al presidio culminato in un flash mob, alta l’adesione allo sciopero. Per ricordare al primo cittadino che “anche un bomber senza una squadra non va da nessuna parte”. In un momento in cui il piccolo Como batte gli squadroni di serie A – proprio ieri sera ha eliminato dalla Coppa Italia il Napoli scudettato – i lavoratori hanno indossato maglie da calciatori che indicavano, sulle spalle, il numero della discordia, quel 179 mila (179K) che, per il sindacato, potrebbe accontentare tutti e non solo una piccola parte.
Macrì, Fp Cgil Como: “La mobilitazione non si fermerà fino alla riapertura dei tavoli”
E se non ci fossero risposte? “Il nostro intento – commenta Stefania Macrì – è quello di continuare nella mobilitazione, fino alla riapertura dei tavoli. Molte cose non funzionano in comune, senza risposte adeguate emergeranno tutte. E qui non si tratta solo di salario, ma di ristabilire il rispetto nei confronti dei dipendenti attraverso relazioni sindacali anche aspre, ma corrette”.
La decisione unitaria dello sciopero era arrivata dopo la revoca di due provvedimenti economici che, complessivamente, valevano i 179 mila euro di cui sopra. Due decisioni che incidono sul premio di produttività degli oltre 600 dipendenti, costando loro una riduzione media di circa 287 euro a testa. Per le rsu e le organizzazioni sindacali la responsabilità è in capo all’amministrazione comunale, che ha scelto di non contrattare. Già, perché il confronto non è mai diventato una vera trattativa. “Neppure dopo lo stato di agitazione e l’incontro in Prefettura del 10 dicembre scorso – è la ricostruzione della Fp Cgil – il sindaco ha modificato una linea che concentra le tutele su 22 posizioni di elevate qualifiche e scarica i costi sugli altri 602 lavoratrici e lavoratori”.
“La contrattazione è stata sostituita da decisioni unilaterali”
“Al ritiro delle risorse – ha spiegato la segretaria – si è aggiunto il blocco delle progressioni di carriera. In concreto, significa fermare i passaggi che consentono al personale di crescere professionalmente e in termini di salario nel tempo, anche a fronte di esperienza e responsabilità maturate. Una scelta che incide sul futuro delle persone. Il messaggio che è arrivato è questo: o si accetta l’impostazione dell’amministrazione o si perdono risorse e diritti. Qui il nodo non è soltanto salariale, conta il metodo. La contrattazione è stata sostituita da decisioni unilaterali. Le regole, invece, si discutono. Ed è questo che ci preoccupa oggi, perché mette in allarme anche la contrattazione del 2026. L’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori ha deciso di non firmare accordi in queste condizioni”.
























