Un’attuazione a macchia di leopardo in Europa, con Paesi che sono più avanti e hanno introdotto alcune misure, altri che si stanno preparando a farlo, altri ancora che non hanno avviato niente. La direttiva sulla trasparenza salariale, che vincola gli Stati membri ad adottare azioni legislative, regolamentari e amministrative entro il 7 giugno 2026, sta seguendo un percorso disomogeneo e vede i Paesi proseguire in ordine sparso, nel complesso con una certa lentezza.

È quanto emerge dall’analisi sul tema condotta da Adapt, associazione di studi e ricerche sul lavoro, che in vista della scadenza ormai ravvicinata ha realizzato una lettura comparata dello stato di avanzamento dei processi nazionali di recepimento, muovendo dalla metodologia di classificazione adottata dall’Agenzia di Dublino Eurofound. E ha scoperto, che, appunto, i Paesi stanno procedendo in maniera disordinata.

Obiettivo parità salariale

La direttiva Ue 2023/970 mira a rafforzare l'applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso la trasparenza retributiva. Una strada verso la parità che però non è così scontata anche perché il corrispettivo europeo della Confindustria, BusinessEurope, conduce una feroce campagna contro il provvedimento e sta provando a depotenziarlo, con la scusa che comporterà costi molto elevati.

Tra i punti chiave, l’accesso alle informazioni sugli stipendi da parte dei lavoratori e l’obbligo di indicare nelle offerte di lavoro e nelle procedure di selezione la retribuzione prevista o almeno la fascia salariale.

Gruppo più avanzati

Il posizionamento degli Stati si può ricondurre a tre principali gruppi. “Un primo gruppo, numericamente ristretto, comprende i Paesi che hanno già adottato misure di recepimento limitate a singoli profili della disciplina europea (partial transposition) – spiegano da Adapt -: Belgio (Federazione Vallonia-Bruxelles), Repubblica Ceca, Malta e Polonia”. Qui sono stati introdotti obblighi di trasparenza salariale nella fase di assunzione e il divieto di clausole di riservatezza retributiva, senza tuttavia una trasposizione organica dell’intero impianto della direttiva.

In Belgio, per esempio, alcuni profili della direttiva risultano attuati: già da settembre 2024 si registra la trasposizione da parte della regione della comunità francese (Fédération Wallonie-Bruxelles), mentre ulteriori interventi sono in corso a livello federale e regionale.

Gruppo con lavori preparatori

Un secondo gruppo comprende gli Stati che hanno avviato lavori preparatori al recepimento, bozze normative, gruppi di lavoro, consultazioni con le parti sociali: troviamo Austria, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lituania, Paesi Bassi, Slovacchia, Slovenia e Svezia.

La Francia, solo per citarne uno, è in corso un processo di revisione del sistema già in vigore dedicato alla parità professionale e retributiva, per allinearlo ai requisiti della direttiva. C’è un ampio confronto con le parti sociali, un rafforzamento dell’index de l’égalité professionnelle anche in termini di meccanismi sanzionatori.

Gruppo con iniziative non pervenute

“Un terzo gruppo è costituito dagli Stati per i quali non risultano informazioni pubblicamente disponibili sull’avvio di iniziative formali di recepimento – sostiene l’indagine Adapt -: Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo e Spagna. Nel complesso il quadro europeo conferma un’attuazione ancora a macchia di leopardo, nella quale convivono recepimenti parziali, percorsi preparatori in via di definizione e situazioni di sostanziale inerzia”.

E mentre in Spagna non è stato ancora avviato il procedimento legislativo di recepimento, ma il sistema nazionale è già caratterizzato da obblighi estesi di trasparenza salariale e piani di uguaglianza aziendali dal 2021, in Croazia non sono state annunciate iniziative specifiche, pur in presenza di obblighi nazionali preesistenti in materia di parità retributiva.

E in Italia?

In Italia il consiglio dei ministri il 5 febbraio ha approvato uno schema di decreto legislativo di attuazione della direttiva, che passa ora alle commissioni parlamentari competenti prima della sua approvazione finale secondo una tempistica che, per una volta, non ci vede come fanalino di coda nell’adempimento degli obblighi.

Passi indietro

Peccato che per la Cgil il decreto faccia passi indietro rispetto alla direttiva, e che li faccia anche rispetto a una prima bozza del decreto che era stata condivisa con le parti sociali. In che modo? Intanto mette fuori dal perimento quelle fattispecie di lavoro a predominante occupazione femminile, come per esempio apprendistato, lavoro domestico, collaborazioni.

Inoltre presenta criticità e contraddizioni in tema di contrattazione, tali da rischiare di favorire contratti in dumping e peggiorare le condizioni di lavoro.

Il testo del governo dovrà comunque passare al vaglio di Camera e Senato, e la Cgil presenterà pareri e memorie con l’obiettivo di rafforzare la direttiva e la legislazione nazionale, non di indebolirle.