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La progressiva deindustrializzazione dell’Italia, le imprese che riducono gli investimenti, il governo che non affronta i nodi reali della crisi. E sullo sfondo il calo costante della produzione industriale e il boom della cassa integrazione. Per il segretario confederale Cgil Luigi Giove non c’è altra strada: lo Stato torni ad avere un ruolo di regia industriale, altrimenti la nostra economia sarà sempre più povera di industria e sempre più dipendente dall’estero.
Il 2026 sembra aprirsi nel peggiore dei modi: la produzione industriale ha registrato 32 cali negli ultimi tre anni, in ottobre (ultimo dato Istat disponibile) diminuisce anche il fatturato. Cosa dobbiamo aspettarci?
I numeri ci dicono che non siamo di fronte a una fluttuazione congiunturale, bensì a una crisi strutturale dell’industria italiana. Trentadue cali della produzione in tre anni, e ora anche la riduzione del fatturato, indicano che il problema non è la difficoltà di un singolo settore, ma l’assenza di una strategia complessiva. Se non c’è un cambio vero dobbiamo aspettarci un lento ma continuo processo di deindustrializzazione, fatto di riduzione delle produzioni, perdita di competenze, frammentazione del lavoro e arretramento del ruolo industriale del Paese.
Questo quadro è ben diverso da quello tracciato dal ministro delle Imprese Urso, che invece descrive l’Italia attuale come “la nazione del Rinascimento industriale dell’Occidente”.
L’Italia sta attraversando transizioni enormi – ecologica, digitale, geopolitica – senza una politica industriale degna di questo nome. Il governo continua a muoversi tra incentivi a pioggia, annunci e grandi opere inutili e talvolta dannose, ma non affronta i nodi reali: costo dell’energia, investimenti insufficienti, filiere fragili, appalti al ribasso, mancanza di un ruolo pubblico nell’orientare lo sviluppo.
Come evitare, allora, che il 2026 sia un anno di ulteriore peggioramento?
È necessario cambiare radicalmente le scelte. Senza un piano industriale nazionale, senza investimenti pubblici mirati, senza un rafforzamento e un ruolo attivo delle partecipate e senza la difesa delle filiere strategiche, il rischio è che l’Italia scivoli verso un’economia sempre più povera di industria e sempre più dipendente dall’estero. E cioè: meno lavoro stabile, meno salari, meno diritti e un Paese più fragile anche sul piano sociale e democratico.
I tavoli di crisi aperti al ministero delle Imprese sono passati dai 49 di due anni fa ai 96 dell’ottobre scorso.
Il raddoppio dei tavoli di crisi non è un dato burocratico: è la fotografia di un sistema industriale che si sta indebolendo. I settori oggi in maggiore difficoltà sono proprio quelli che dovrebbero essere considerati strategici per un Paese industriale come l’Italia.
Quali sono?
Il primo è l’automotive. Non parliamo solo di Stellantis, ma di tutta la filiera: componentistica, logistica, servizi collegati. Stiamo perdendo modelli, volumi produttivi e investimenti, mentre la transizione verso l’elettrico viene subita e non governata. Senza una strategia pubblica, l’auto rischia di diventare il simbolo della deindustrializzazione.
Per l’automotive, allora, come bisognerebbe agire?
La prima cosa da fare è uscire dall’illusione che basti negoziare con Stellantis. L’auto è una filiera nazionale, che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori tra produzione, componentistica, logistica e servizi. Serve un piano industriale pubblico, che definisca volumi produttivi, modelli da realizzare in Italia, investimenti sulla transizione elettrica e sul software, politiche per la componentistica.
E che indirizzo dare agli incentivi?
Gli incentivi vanno vincolati: chi riceve risorse pubbliche deve garantire produzione, occupazione stabile e investimenti nel Paese. Senza queste condizioni, l’Italia rischia di restare solo un mercato di vendita.
In questa estrema difficoltà dell’automotive, quali sono le responsabilità di Stellantis?
Le responsabilità sono evidenti. Da anni il gruppo riduce progressivamente gli investimenti industriali in Italia, sia sul fronte dell’innovazione sia su quello dei nuovi modelli, utilizzando il nostro Paese sempre meno come luogo di produzione e sempre più come semplice mercato di vendita. Senza un cambio di rotta e senza impegni vincolanti, il rischio è che l’automotive italiano venga progressivamente svuotato.
Altro grande nodo strategico è l’acciaio.
Un settore in cui convivono crisi infinite, commissariamenti e annunci di riconversione mai accompagnati da investimenti reali. Il discorso qui è chiarissimo: senza acciaio non esiste industria moderna. Continuare a rinviare le decisioni sull’ex Ilva significa accettare un lento declino. Serve un intervento pubblico forte, che metta al centro la continuità produttiva, la riconversione ambientale e la tutela dell’occupazione. La transizione ecologica non può essere un alibi per chiudere: deve essere accompagnata da investimenti veri, ricerca, nuove tecnologie e tempi certi.
Per concludere su automotive e acciaio: qual è la ricetta della Cgil?
In entrambi i casi, la nostra linea è che lo Stato debba tornare ad avere un ruolo di regia industriale. Questo significa usare partecipazioni pubbliche, investimenti diretti, politiche europee coordinate, e non limitarsi a fare il notaio delle scelte delle multinazionali o, peggio ancora, di fondi di investimento finanziario. Automotive e acciaio vanno difesi perché sono la base della manifattura, dell’innovazione e del lavoro di qualità. Senza queste produzioni, parlare di futuro industriale dell’Italia diventa solo propaganda.
Passando agli altri settori, la Cgil ha da tempo sotto osservazione la chimica di base. In che situazione versa?
La chimica di base è colpita dalle scelte di disimpegno di grandi gruppi come Eni. La chiusura dei cracking mette in discussione un settore fondamentale per decine di filiere industriali, dalla farmaceutica alla plastica, e rischia di rendere l’Italia strutturalmente dipendente dalle importazioni di materie prime strategiche.
Altro grande tema è quello dell’energia e, più in generale, delle grandi transizioni.
Qui assistiamo a chiusure di centrali, riconversioni annunciate ma non progettate, territori lasciati senza alternative industriali. In tutti questi casi i tavoli di crisi servono spesso a gestire l’emergenza, non a risolvere i problemi. L’energia, e soprattutto il suo costo, è un problema che non viene neppure sfiorato dal governo, pur rappresentando una criticità per imprese e famiglie.
A questo cahier de doléances è inevitabile aggiungere anche il settore della moda.
Un comparto della moda sta vivendo una fase di forte contrazione della domanda, soprattutto nei distretti produttivi. Qui il problema è duplice: da un lato il rallentamento dei mercati internazionali e la pressione dei grandi marchi, dall’altro un modello produttivo fondato su una frammentazione estrema della filiera, con subfornitura, appalti e lavoro povero e persino di sfruttamento e caporalato.
Quali sono le conseguenze?
Il risultato è che le difficoltà delle imprese capofila si scaricano rapidamente sui laboratori. E soprattutto sui lavoratori più deboli, spesso invisibili. Anche in questo caso, senza una politica industriale che governi la filiera, tuteli il lavoro e sostenga innovazione e qualità, il rischio è una desertificazione silenziosa di uno dei settori simbolo del made in Italy.
Quale considerazione, dunque, possiamo trarre dopo aver analizzato la situazione dell’intera manifattura italiana?
Dal nostro punto di vista, il dato politico è chiaro: le crisi aumentano perché manca una politica industriale nazionale. Senza una regia pubblica, senza investimenti mirati e senza una visione di filiera, i tavoli rischiano di moltiplicarsi senza mai chiudersi davvero.
Un elemento da approfondire è l’attuale dicotomia del mercato del lavoro: cala la disoccupazione (anche se aumenta l’inattività), cresce il ricorso delle imprese agli ammortizzatori sociali. Cosa sta succedendo?
Quella che stiamo vivendo non è una contraddizione, ma una frattura profonda nel mercato del lavoro. La riduzione della disoccupazione è trainata soprattutto da lavoro povero e precario, contratti a termine, part-time involontari, lavoro intermittente, somministrazione, spesso concentrati nei servizi a basso valore aggiunto. Nel frattempo, nei settori industriali più esposti alla crisi i lavoratori sono formalmente occupati, ma poiché la produzione è in costante riduzione si riducono anche le ore effettivamente lavorate, facendo massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali come strumento per galleggiare.
Che significato dare all’aumento dell’inattività?
Quest’incremento racconta un’altra parte della storia: persone che smettono di cercare un impiego perché non trovano opportunità adeguate, soprattutto giovani, donne e lavoratori espulsi dalle filiere industriali. È un fenomeno che riguarda in modo particolare i territori colpiti dalla deindustrializzazione.
Concludiamo con il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali. Il loro utilizzo è corretto?
Il dato più preoccupante è che vengono usati per gestire l’assenza di una politica industriale, non per accompagnare vere transizioni. Invece di sostenere riconversioni produttive, formazione e nuova occupazione, spesso servono solo a rinviare le scelte. Per questo diciamo che serve un cambio di paradigma: un ammortizzatore sociale unico e strutturale, legato a percorsi di formazione e a politiche industriali chiare. Altrimenti continueremo ad avere meno disoccupati ‘ufficiali’, ma più lavoratori sospesi, più inattivi e più precarietà nascosta.


























