Il fumo che esce dai camini dello zuccherificio di Pontelongo, dal 1910, non è solo vapore: è il respiro di una comunità intera. Per oltre un secolo, i ritmi del paese sono stati scanditi dalle stagioni della barbabietola, un legame profondo tra terra e industria che oggi rischia di spezzarsi. La decisione di Coprob-Italia Zuccheri , comunicata lo scorso 22 febbraio, di sospendere l’attività di trasformazione per il 2026 ha fatto piombare il gelo sulla Bassa Padovana, aprendo una crisi che va ben oltre i confini locali e investe l’intero comparto saccarifero nazionale.

Come si è arrivati alla crisi: tra cambiamenti climatici, normative europee e mercato globale

Le radici di questa tempesta intrecciano cambiamenti climatici, normative europee e dinamiche di mercato globale. Negli ultimi due anni, il settore ha subito colpi durissimi: da un lato, eventi atmosferici estremi che hanno flagellato le colture; dall’altro, l’impossibilità di utilizzare molecole efficaci per contrastare i parassiti, vietate dalle norme comunitarie senza alternative valide. Questa combinazione ha spinto molti agricoltori ad abbandonare la barbabietola, portando le superfici coltivate nel bacino veneto a contrarsi drasticamente, passando dai 30 mila ettari necessari per la piena operatività dello stabilimento ai circa 19 mila attuali. A complicare il quadro, la pressione delle importazioni a basso costo ha reso il mercato dello zucchero instabile, spingendo la cooperativa verso la scelta di concentrare la produzione nel sito emiliano di Minerbio.

L’esplosione della crisi

L’annuncio della sospensione stagionale è stato un fulmine a ciel sereno per le lavoratrici e i lavoratori. “Stiamo parlando – interviene Giuliano Carraro, segretario generale della Flai Cgil Padova – di circa 200 persone, tra dipendenti fissi e stagionali, a cui si aggiunge un indotto vastissimo fatto di trasportatori, contoterzisti e aziende agricole. La chiusura temporanea di quello che è l’ultimo baluardo della trasformazione saccarifera in Veneto non è solo un problema aziendale, ma un colpo letale per la biodiversità agricola e per il Made in Italy. Senza la garanzia di un presidio industriale vicino, il rischio concreto è che i coltivatori abbandonino definitivamente la barbabietola, rendendo la chiusura, per ora temporanea, una condanna definitiva per tutto il territorio”.

Il presidio dei sindacati e le prospettive future

ZUCCHERIFICIO ERIDANIA FOTO DI © LUCA GAVAGNA/AG.SINTESI
ZUCCHERIFICIO ERIDANIA FOTO DI © LUCA GAVAGNA/AG.SINTESI
FOTO DI © LUCA GAVAGNA/AG.SINTESI

Davanti ai cancelli di via Zuccherificio, la nebbia del mattino di giovedì 26 febbraio è stata squarciata dalla mobilitazione compatta di Flai Cgil, Fai Cisl e Uila. Un presidio partecipato, a cui hanno partecipato anche la sindaca di Pontelongo, Lisa Bregantin, e il sindaco del vicino comune di Porto Viro, Mario Mantovan, dove la preoccupazione ha lasciato il posto alla determinazione di chi non vuole vedere morire un pezzo di storia e di reddito.

“A nostro avviso – ha spiegato il segretario della Flai Cgil Padova – le responsabilità di questa crisi partono sia dalla Coprob – la Cooperativa produttori bieticoli – che non ha mai affrontato veramente un investimento a livello tecnologico, sia in parte dalla Regione Veneto, soprattutto se guardiamo a come si è comportata la vicina Regione Emilia-Romagna che, al contrario di noi, fin da quanto ci sono stati i primi segnali di crisi del settore ha prontamente iniziato a investire in sostegni all’agricoltura della barbabietola, per dare sicurezza agli agricoltori e far aumentare le semine. Qui da noi, solo recentemente, a situazione ormai compromessa, il neo presidente della Regione, Stefani, ha investito 600 mila euro nel settore. Una mossa indubbiamente che va nella giusta direzione, ma insufficiente e soprattutto tardiva. In realtà di tutta questa vicenda la Regione se ne sarebbe dovuta occupare ancora quando governava la Giunta precedente”.

“Come sindacati – conclude Carraro – chiediamo ora un impegno immediato e un tavolo istituzionale per capire cosa succederà non solo nel 2026, ma soprattutto nel 2027. La sfida è di visione: decidere se lo zucchero debba rimanere un ingrediente della nostra sovranità alimentare o se siamo disposti a svendere un secolo di civiltà industriale lasciando nel limbo 200 lavoratori, e quindi 200 famiglie, che chiedono solo certezze per il proprio futuro. Una tragica prospettiva che combatteremo fino alla fine”.