C’è qualcosa di irresistibilmente italiano nell’idea di un ministro della Difesa bloccato a Dubai mentre il Medio Oriente brucia. Sembra l’incipit di una commedia balneare con retrogusto atomico: ombrelloni candidi, skyline di vetro, e all’orizzonte una colonna di fumo che rovina la cartolina. Solo che la sceneggiatura la scrive il Pentagono.

Mentre gli Stati Uniti e Israele colpiscono l’Iran e la regione si chiude come una saracinesca, Guido Crosetto resta incastrato tra lounge e cancellazioni. Doveva mettere in sicurezza la famiglia, spiegano. Missione nobile, certo. Peccato che nel frattempo la sicurezza del Paese richiedesse il titolare al suo posto, non in modalità smart working geopolitico.

Il dettaglio più gustoso sta altrove. L’intelligence non informata del viaggio. In un’area dove i report parlavano da giorni di escalation imminente, il capo della Difesa sceglie una meta che dista pochi minuti di volo dal teatro delle operazioni. Centralità internazionale, si dice. Sembra più una sosta tecnica.

A Roma si tengono vertici, si studiano mappe, si calibrano parole. Il ministro detta dichiarazioni da remoto, come un opinionista di lusso. Palazzo Chigi si sorprende, l’opposizione affila i coltelli, la maggioranza distribuisce indignazioni a rate. Intanto l’immagine resta: la guerra accelera, l’Italia aspetta l’imbarco.

Nessun trattamento di favore per il rientro, assicurano. Bene. Però la questione non è il posto in business o in economy. È la postura di un Paese che sogna di contare nei conflitti globali e inciampa nella propria agenda. Quando il fumo nero si alza davvero, la vacanza finisce. E comincia la responsabilità.