Quattro mesi di congedo paritario per i padri e un aumento dell’indennità del congedo parentale dall’80 per cento al 100 per cento per tre mesi, da utilizzare entro i primi sei anni di vita del bambino.
Una proposta che puntava a riequilibrare il carico di cura tra madri e padri – e a rafforzare il sostegno economico alle famiglie – ma che la maggioranza di governo ha respinto. Una proposta rimasta tale, bocciata dalla ragioneria dello Stato prima ancora che arrivasse tra i banchi del Parlamento.

Un peccato anche per questo governo che punta tutto sulla famiglia ma evidentemente la donna non può e non deve abdicare dal suo ruolo di madre, non sia mai venisse meno al ruolo che le è stato assegnato alla nascita: fare e crescere figli, prima di ogni cosa.  

Italia: tutele limitate e squilibrio di genere

In Italia la legge prevede un congedo di maternità obbligatorio di cinque mesi retribuiti all’80 per cento e un congedo di paternità obbligatorio di dieci giorni. Finito questo periodo le famiglie possono usufruire del congedo parentale facoltativo, un periodo di astensione dal lavoro facoltativo: sei mesi per la madre, sei mesi per il padre per un totale massimo di10-11 mesi complessivi tra i due genitori con un’indennità dell’80 per cento per i primi tre mesi e i restanti al 30.

Il sistema italiano prevede formalmente la possibilità di condivisione, ma l’indennità ridotta e la brevità del congedo obbligatorio paterno rendono ancora poco conveniente per molti padri usufruirne pienamente. Risultato: la cura resta in larga parte sulle madri, con effetti diretti su occupazione femminile, salari e carriere.

Europa: il congedo come politica strutturale

In molti Paesi europei il congedo parentale è diventato un pilastro delle politiche familiari: più lungo, meglio retribuito, spesso con quote obbligatorie per entrambi i genitori. Primi fra tutti i Paesi scandinavi ma non c’è bisogno di arrivare al nord Europa per trovare politiche paritarie

Il Portogallo ad esempio prevede cinque mesi al 100 per cento, sei mesi all’80. In Francia il congedo di paternità è di 28 giorni (di cui una parte obbligatoria) e il dibattito è aperto per adottare modelli maggiormente paritari. 

In Spagna invece sono previste 16 settimane (circa 4 mesi) per ciascun genitore con una retribuzione al 100 per cento, 

di cui sei settimane obbligatorie dopo la nascita.

Arrivando in Scandinavia scatta il raddoppio: la Norvegia prevede 12 mesi complessivi retribuiti con una suddivisione equilibrata per ciascun genitore; la Finlandia stabilisce circa sei mesi per ciascun genitore; in Svezia sono invece 16 mesi complessivi con una retribuzione intorno all’80 per cento; in Danimarca 12 mesi complessivi con quote obbligatorie. 

Il divario

Dai modelli nordici ai passi avanti di Spagna e Portogallo – e con la Francia che rafforza progressivamente il congedo paterno – l’Europa si muove verso sistemi che incentivano la condivisione della cura e riducono il divario di genere.

In Italia, invece, la struttura dei congedi e le percentuali di retribuzione rendono ancora economicamente penalizzante un uso realmente paritario.

Non solo equità: una questione economica

Nei Paesi dove i congedi sono più solidi aumenta l’occupazione femminile, si riducono le penalizzazioni di carriera, la scelta di avere figli diventa più sostenibile.

Congedi più lunghi e meglio retribuiti non sono solo una misura sociale, ma una strategia economica contro il declino demografico.