Si allarga il conflitto innescato da Israele e Stati uniti contro l’Iran, con la decapitazione dei vertici del regime e la morte di Ali Khamenei. Mentre Tel Aviv torna a bombardare pesantemente Teheran, le città israeliane sono oggetto di attacchi iraniani, come anche dalla Libia, di Hezbollah, a propria volta sotto attacco con bombardamenti e decine di morti a Beirut.

L’Iran, inoltre, sta compiendo raid aerei sui Paesi ostili del Golfo, mentre il suo capo del Consiglio supremo di sicurezza, Ali Larijani, fa sapere che non tratterà mai con il presidente statunitense Trump. In Europa il governo tedesco comunica di non essere coinvolto contro l’Iran, ma pronto a difendere i propri soldati nell’area.

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Un’escalation sulla pelle delle popolazioni e che potrebbe divenire fuori controllo anche per chi l’ha innescata. Per capire quanto sta accadendo occorre conoscere in modo più approfondito i motivi che hanno mosso in questa guerra i presidenti di Israele e Stati Uniti, Benjamin Netanyahu e Donald Trump. Non si tratta solamente del timore che l’Iran venga in possesso di armi nucleare, di questioni di petrolio e della presunta “esportazione della democrazia”.

Problemi interni, guerre esterne 

A prevalere sono i problemi interni, spiega Alessia De Luca, esperta dell’Ispi per le politiche statunitensi e il Medio Oriente: “Questa è una guerra di volontà. Le tempistiche parlano chiaro. Venerdì il mediatore dell’Oman aveva lasciato aprire uno spiraglio di ottimismo sul fatto che si potesse raggiungere in qualche modo una bozza di accordo, e infatti oggi avrebbe dovuto avere luogo un incontro. Invece Israele e Stati Uniti hanno deciso di interrompere i negoziati per bombardare nel mezzo di una delicata contrattazione”. 

Alla base vi sono gli interessi di Trump e Netanyahu. De Luca ci ricorda che il presidente Usa ha tenuto un discorso sullo stato dell'Unione meno di una settimana fa e all'Iran aveva dedicato poco più di tre minuti, dicendo che non avrebbe mai consentito che gli iraniani si dotassero dell'arma nucleare: “Nell'ultima settimana aveva affermato di voler risolvere la questione in maniera diplomatica, lasciando anche lui trapelare segnali che in qualche modo erano stati di timido ottimismo”.

Stati Uniti: le difficoltà di Trump

“La verità – prosegue De Luca – è che in questa fase Trump si trova in grande difficoltà in casa propria: i sondaggi vanno malissimo anche sui temi che dovrebbero essere i suoi cavalli di battaglia, come l'economia e l'immigrazione. I sondaggi sono impietosi, c'è la percezione diffusa tra gli americani che il costo della vita sia aumentato, benché alcuni indicatori macroeconomici siano positivi”.

Se è vero che “molti elettori di Trump guardano con favore al fatto che le frontiere siano state sigillate, hanno anche visto con orrore i propri fratelli, cugini, amici e parenti braccati per le strade dagli agenti dell'Ice. Anche tra le fila del Partito repubblicano, man mano che si avvicinano le consultazioni di metà mandato, i rappresentanti al Congresso in qualche modo si distanziano dalla linea del presidente”.

E poi c'è la grande questione degli Epstein file: “Ogni giorno escono notizie sempre più aberranti, anche se toccano un po' tutta la sfera politica. La vicinanza tra Epstein e Trump è ancora oggetto di grande rumore e rimestio del dibattito, sui social e non solo. Quindi per Trump è un momento difficile”.

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Israele: le ambizioni di Netanyahu

Per Netanyahu questo è il sogno della vita”, dice De Luca: “I presidenti israeliani per decenni hanno tentato di convincere gli americani a sostenerli in una guerra all in contro l'Iran”. Un tema spinoso, visto anche che, secondo un rapporto della Democratic national committee (l'organo incaricato di indagare sulle motivazioni del fallimento elettorale dei democratici) è emerso che a pesare sulla mancata elezione alla Casa Bianca di Kamala Harris è stato anche il suo sostegno a Israele sulla questione di Gaza, ed è stato un fallimento morale ancor prima che politico.

“Dopo il 7 ottobre – continua l’analisti dell’Ispi – Netanyahu ha l'impressione che la storia stia girando a suo vantaggio. Quindi, prima ha proceduto con l’attacco alla striscia di Gaza ‘giustificato’ dall’attacco di Hamas, poi in Libano, poi ancora contro tutti i proxy iraniani nella regione e adesso è arrivato il momento di colpire il pezzo forte, cioè Teheran”.

Ora cosa succederà?

La decapitazione dei vertici iraniani non costituisce di per sè la certezza che il regime e la struttura della Repubblica islamica siano stati abbattuti e che a Trump possa riuscire la stessa operazione effettuata in gennaio in Venezuela. De Luca premette di non credere che al presidente statunitense stiano a cuore i destini democratici del popolo iraniano, quindi ci ricorda che Khamenei aveva già 86 anni “ed è quindi impossibile che il regime non avesse già studiato una forma di passaggio di poteri, anzi, se ne stava parlando già da diversi anni”.

Per De Luca ora “è difficile prevedere chi si sostituirà alla guida suprema e cosa ne sarà di un Paese di 100 milioni di abitanti, mosaico estremamente composito di etnie con rivendicazioni di tipo diverso, tenuto anche conto che l'opposizione democratica non è unita, non ha un programma politico ed è davvero difficile che possa effettivamente governare in questo caos”.

La scommessa che hanno fatto Trump e Netanyahu è quindi “azzardatissima, oltre al fatto che c'è l’ennesima violazione del diritto internazionale di cui si continua a fare strame, perché siamo in presenza di un attacco che non ha avuto alcun avallo dalle istituzioni internazionali”.  

Un azzardo feroce, dunque, che “rischia di far precipitare nel caos un Paese che è centrale negli equilibri del Medio Oriente. Per questo i Paesi del Golfo sono preoccupati, perché sanno che avere un Iran destabilizzato, con uno scenario simile a quello iracheno post-caduta di Saddam alle porte di casa, riaprirebbe nell’area uno scenario da incubo”.

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La guerra non è la soluzione

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Durata e obiettivi, le due incognite 

C’è chi, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dice che sarà una guerra lunghissima, probabilmente sulla base delle parole di Trump, "bombarderemo fino a quando non ci sarà la pace”. Altri parlano di guerra lampo, ma la durata di questo conflitto è un elemento importante di valutazione. 

“È difficile prevedere quanto durerà questa guerra perché non sono chiari gli obiettivi”, riprende De Luca:Trump ha anche affermato nei giorni scorsi che, se l’Iran non desiste dal suo programma nucleare, ci saranno morti da entrambe le parti e, se sarà necessario, sarà versato anche sangue americano”.

L’analista Ispi dice di aver guardato “con estremo interesse la reazione di alcuni trumpiani che abbiamo a Roma, la base Maga con alcuni dei più entusiasti della prima ora, che hanno sputato fiele sui social riguardo a quest’aggressione, soprattutto dopo la notizia che si era diffusa di un attacco a ad una scuola femminile nel sud dell'Iran”. 

De Luca non crede che “ci sia una finestra temporale troppo ampia per Trump: non è detto che riesca a portare nuovamente dalla propria parte quell’elettorato che è stato capace di credere a cose che la maggioranza delle persone non avrebbe mai creduto. Da come si evolveranno le cose nelle prossime 48-72 ore capiremo che piega prenderà la situazione”. 

L’Europa (come sempre) sta a guardare 

Il futuro è quindi un’enorme incognita sulla quale l’Europa, Italia compresa, continua a balbettare. “Ci troviamo ad affrontare un cambio di rotta epocale in Medio Oriente essendo completamente privi di strumenti per farlo”, osserva De Luca: “Ancora una volta non siamo stati capaci di presentarci uniti come Europa. E se è vero che nessuno rimpiangerà il regime iraniano e nemmeno la guida suprema di Khamenei, questo non può voler dire che non si debba condannare chi fa strame del diritto internazionale”.

La storia, come ci hanno insegnato le vicende dell’Iraq e della Libia, ci dice che “un cambio di regime imposto dall'esterno difficilmente porta risultati che chi l’ha iniziato avrebbe voluto vedere. La leggerezza con cui è stato fatto tutto questo lascia sconcertati. Ancora una volta tutto è accaduto senza che l’Europa venisse preventivamente avvisata. Basti vedere l’Italia, che si è addirittura trovata con il ministro della Difesa in vacanza a Dubai”.

Per De Luca è sempre più chiaro che ci sia una forma di vassallaggio della Ue nei confronti degli Usa “e non si capisce dove stia l'interesse europeo nell’avallare un attacco in violazione del diritto internazionale, che probabilmente porterà a una destabilizzazione di un Paese cardine del Medio Oriente con il quale, tra l'altro, proprio noi italiani abbiamo rapporti di lunghissimo corso”.

L’analista dell’Ispi così conclude: “Francamente è stato surreale leggere i commenti dei giorni scorsi di Kaya Kallas, Antonio Costa e Ursula von der Leyen (ndr. rispettivamente alto rappresentante per gli Affari esteri, presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea): viene da chiedersi quand'è che queste persone hanno smesso di immergersi nella realtà nella quale viviamo noi”. 

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