Una drastica procedura di ristrutturazione delle attività in Italia con il licenziamento di oltre 100 dipendenti nelle sedi di Roma, Napoli e Milano: lo ha annunciato il British Council. La Flc Cgil ha proclamato lo stato di agitazione del personale di tutte le sedi, annunciando che nel prossimo futuro saranno messe in atto azioni di mobilitazione per sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni nazionali, al fine di contrastare con ogni mezzo la dismissione del personale progettata dal British Council”.

“Sono in corso – si legge in una nota - le consultazioni che coinvolgono il Comitato aziendale europeo. Tuttavia, se questo percorso dovesse concludersi come annunciato, British Council Italia cesserà tutte le operazioni legate all’insegnamento della lingua inglese e cederebbe ad altri soggetti imprenditoriali privati l’attività di certificazione delle competenze linguistiche, dismettendo la quasi totalità del personale impiegato in questi due settori”.

Per la Flc Cgil: “lo scenario che si prospetta è la sostanziale scomparsa del British Council Italia per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Oltre alla perdita di un gran numero di posti di lavoro, attualmente occupati da altissime professionalità che da anni garantiscono l'eccellenza dei servizi offerti, assisteremo alla cessazione del fondamentale ruolo di promozione della conoscenza della lingua e della cultura inglese, riconosciuto e sancito anche dalle convenzioni bilaterali tra Italia e Regno Unito”.

“Questo drammatico ridimensionamento – sottolinea il sindacato di categoria - si inserisce nel più ampio quadro di grave dissesto finanziario del British Council, a causa di un pesante debito contratto con il governo britannico durante la pandemia di Covid-19 (un prestito di circa 200 milioni di sterline), i cui interessi condizionano pesantemente la tenuta finanziaria dell'ente a livello globale”.

Rischia così di scomparire, entro un decennio, conclude la nota, “un fondamentale strumento di soft power e diplomazia culturale. Un prezzo altissimo che oggi, ingiustamente, rischiano di pagare in prima persona anche le lavoratrici e i lavoratori italiani”.