Nei Cpr la sospensione dei diritti non riguarda solo le persone trattenute. “Cpr d’Italia: istituzioni totali”, il nuovo report del Tavolo asilo e immigrazione lo dice con chiarezza: le condizioni di lavoro all’interno dei Cpr costituiscano esse stesse un fattore di vulnerabilità, configurando un sistema che produce precarietà, opacità contrattuale e rischi significativi per la salute e la sicurezza di lavoratrici e lavoratori.

Il rapporto si concentra sui centri di permanenza di Bari, Brindisi, Caltanisetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino, Trapani, ed è stato presentato a Roma. La conferenza stampa si è tenuta il 28 gennaio mattina, nella Sala Caduti di Nassirya di Piazza Madama, su iniziativa della senatrice Susanna Camusso.

Senza trasparenza

Secondo quanto rilevato durante le visite di monitoraggio, la gestione del personale, così come quella dei detenuti, appare caratterizzata da una sistematica mancanza di trasparenza. “Le informazioni fornite risultano spesso discordanti rispetto alla documentazione disponibile, sia in relazione al numero degli addetti sia agli effettivi inquadramenti contrattuali”, segnala il Rapporto. In molti centri non è stato possibile accedere integralmente al capitolato d’appalto, agli organigrammi, ai regolamenti interni o al contratto collettivo applicato, che “sembra essere prevalentemente quello delle cooperative sociali”.

Il quadro occupazionale che emerge è in ogni caso quello di una precarizzazione strutturale: ampia diffusione di contratti part-time e a tempo determinato, affiancati da una “significativa presenza di personale impiegato tramite prestazioni autonome e partita Iva”. Una condizione che incide direttamente sull’organizzazione del lavoro, sulla continuità dei servizi e sulla possibilità stessa di esercitare diritti sindacali.
Emblematico è il caso del servizio di mediazione culturale, che - secondo il Tai - “risulta garantito per lo più a chiamata e sulla base delle esigenze contingenti”. Una modalità che non solo compromette la qualità dell’intervento, ma espone il personale a una condizione di costante disponibilità informale, senza tutele orarie e retributive chiare.

Gabrielli (Cgil): “I Cpr vanno superati”

“I dati e le condizioni contenute nel lavoro di monitoraggio confermano che non è possibile ignorare la verità, che chiama in causa responsabilità precise della politica”. Lo afferma Maria Grazia Gabrielli, segretaria confederale della Cgil. “La scelta dei Cpr come asse della gestione migratoria – prosegue Gabrielli – va oltre la già difficile situazione che accomuna le persone ristrette: per le condizioni in cui vivono, per il problema di accesso alle cure, al diritto alla salute, per la difficoltà di accedere ai percorsi di assistenza legale per poter definire le loro richieste e il loro status. Le voci, le storie, le esperienze dirette e concrete di reclusione che vivono i migranti e in cui sono coinvolti anche le lavoratrici e lavoratori che nei Cpr operano indicano che questi luoghi vanno superati”.

Leggi anche

Dimensione conflittuale

Dal Rapporto emerge che in alcuni centri le criticità assumono una dimensione apertamente conflittuale. A Palazzo San Gervasio, ad esempio, durante la visita è stata segnalata “l’urgenza di procedere all’assunzione di nuove figure professionali”, insieme a ritardi nell’erogazione delle retribuzioni, seppure riferiti a fasi precedenti della gestione. A Gradisca d’Isonzo, invece, “il personale sanitario sembra non beneficiare di adeguati tempi di riposo”, una violazione che incide direttamente sulla salute dei lavoratori e sulla sicurezza complessiva del servizio.

Proprio il personale sanitario rappresenta uno dei segmenti più esposti. In base al capitolato, medici, infermieri e psicologi risultano “nella maggior parte dei casi assunti con partita Iva”, spesso “in assenza di una formazione specifica in medicina delle migrazioni o etnopsicologia”. Il Rapporto sottolinea poi come questa forma di esternalizzazione e frammentazione del rapporto di lavoro riduca le tutele, scarichi il rischio sul singolo professionista e renda più difficile l’assunzione di responsabilità da parte degli enti gestori.

Leggi anche

Controllo sociale

Sul piano organizzativo, poi, molti lavoratori riferiscono di essere chiamati a svolgere “un ruolo di controllo sociale”, tipico delle istituzioni totali, piuttosto che funzioni educative, sanitarie o di supporto. La carenza di personale specializzato in ambito legale produce ulteriori criticità: “ridotta disponibilità di orientamento giuridico, disfunzioni nella nomina dei legali e impatto diretto sulla tutela dei diritti individuali”.

E poi, le traiettorie lavorative all’interno dei Cpr sono spesso discontinue. Accanto a operatori con esperienze pregresse nell’accoglienza e nei servizi per le migrazioni, molti vi approdano “per effetto di passaggi di gestione o riorganizzazioni”. In altri casi, lavorare in un centro rappresenta semplicemente “una possibilità occupazionale” o un impiego percepito come ordinario, anche a causa della “limitata informazione e trasparenza del sistema”. L’ingresso avviene frequentemente tramite reti informali e passaparola. Il risultato è un elevato turnover, che il Rapporto mette in relazione diretta con la precarietà contrattuale e le condizioni di lavoro.

Leggi anche

Le testimonianze raccolte parlano poi di rischi psicosociali elevatissimi: esposizione continua a rumore, promiscuità forzata, mancanza di privacy, carenze strutturali, scarsa pulizia, difficoltà di accesso all’acqua e agli spazi esterni. Un contesto che produce “stress cronico, insonnia, ansia, sintomi depressivi e abuso di psicofarmaci”. In queste condizioni, conclude il Rapporto, “la perdita di diritti e dignità non riguarda solo le persone trattenute, ma si estende a chi lavora nei centri”.

Opacità, inutilità e sfruttamento

“Il Ministero dell'interno tende ad impedire alla società civile di entrare in questi centri, non solo perché ogni funzione di controllo a questo governo dà fastidio - commenta Filippo Miraglia dell'Arci -, ma anche perché oltre che dannosi sono inutili. I dati confermano il fallimento dell'intero sistema: nel 2024 meno della metà dei posti disponibili era effettivamente utilizzabile, e a fronte dell’espansione del sistema detentivo tra il 2014 e il 2024, la percentuale di rimpatri è scesa al 41,8%, con un’incidenza media sulle espulsioni ferma al 9,9%”.

“Ogni Cpr è un orologio senza lancette – continua Cecilia Strada, europarlamentare in collegamento da Bruxelles -. Lì si vive un tempo sospeso in cui si registrano continue violazioni dei diritti fondamentali e della nostra Costituzione. Per questo il governo ha interesse a mantenerli poco trasparenti, e a nasconderli alla società civile”. Per il Tavolo Asilo e Immigrazione, i Cpr si configurano insomma come istituzioni che producono solo danni. “L'opacità, l'inutilità e il degrado sono le caratteristiche principali di tutti i centri – dice Gianfranco Schiavone dell'Asgi -. Il superamento della detenzione amministrativa e la chiusura dei Cpr sono l'unica prospettiva capace d'interrompere un sistema che precarizza, consuma e normalizza la violazione dei diritti”.

Sabrina Del Pozzo, Cgil

Sono luoghi patogeni di segregazione, di isolamento, di perdita di libertà, ma anche di perdita di dignità delle persone, che hanno delle ricadute inevitabili anche sul lavoro – afferma poi Sabrina Del Pozzo della Cgil -. E riguardano sia i lavoratori e le lavoratrici che sono impiegati in un Cpr, ma anche il lavoro delle persone trattenute. Perché molte di questi migranti, prima di essere rinchiusi, lavoravano, quindi erano a tutti gli effetti dei lavoratori. Sono luoghi che non funzionano, ce lo dicono i numeri, quindi vanno chiusi, come ripetiamo da tempo”.