Se la letteratura del lavoro in Italia sembra riuscire a trovare nuovi spiragli di visibilità, in un mercato editoriale sempre più soffocato dall’evidente contraddizione tra il costante aumento del numero di titoli pubblicati ogni anno e l’altrettanto costante calo di lettori, lo si deve soprattutto alla continua ricerca di scritture sul genere da parte della collana working class, diretta da Alberto Prunetti per le Edizioni Alegre.

L’ultima proposta è Teglie di rabbia (pp. 256, euro 17), romanzo di Henrik Johansson, autore svedese che conferma un’ormai riconosciuta attenzione scandinava nei confronti di chi vuole raccontare i temi del lavoro contemporaneo, tendenza narrativa che inizia a far breccia anche da noi in virtù di questa preziosa iniziativa editoriale.

La storia ci porta anima e corpo all’interno di un panificio industriale, i cui dipendenti intrecciano le loro vite e i loro dialoghi attraverso un ritmo dettato da turni e tempi da rispettare ben definiti. Una catena di montaggio che non ammette distrazioni o rallentamenti, pena una malriuscita realizzazione del prodotto finale, il pane, alimento necessario quanto emblematico, e la reazione dei padroni del vapore, che nella circostanza intrecciano anche loro le proprie esistenze con quelle dei lavoratori.

La protagonista Raya, infatti, è figlia di una donna che già faceva parte dello stesso panificio, ora salita di grado e moglie del proprietario, dunque patrigno della stessa Raya. Un incastro familiare che non impedisce alla giovane operaia di stabilire uno stretto rapporto di amicizia, di confronto, di umanità condivisa con i suoi compagni di viaggio, colleghi di lavoro dall’età variabile, in base agli anni di servizio e i tempi di occupazione, divenuti anche in questo settore variabili e volubili, come impara a sue spese Elsa, sodale di Raya dal primo giorno, allontanata senza motivi all’apparenza ben precisi.

Colleghi che dunque possono ritrovarsi a svolgere mansioni anche piuttosto delicate e pericolose senza aver ricevuto prima alcun tipo di formazione, mettendo così a rischio l’incolumità propria e altrui. Tra questi Ivàn, immigrato (ma non troppo) di origini cilene, o Adrian, giovane neoassunto ma interinale, tra il rassegnato e il combattivo, in cerca di diritti partecipando a chat di gruppo con amici sottopagati e pronti alla rivolta, come accade nella vicina fabbrica della Atlas Lavas, dove lo sciopero selvaggio ottiene consensi e risultati, suscitando ammirazione e qualche invidia, oltre a una naturale solidarietà.

Ci sarebbe il sindacato, e il sindacato c’è, anche se tra chi lavora il pane si vede ancora troppo poco, e quando si vede lo fa soprattutto tra i lavoratori di lungo corso, mentre chi appartiene alla generazione precaria per definizione, oltre che per contratto, deve provare a fare da solo, o quasi, cercando un punto d’incontro con quelli della vecchia guardia, da anni all’impasto, e alla ricerca di condizioni migliori, consapevoli che “uno sciopero avrebbe rappresentato più o meno una dichiarazione di guerra. Una risata senza gioia”.

Intanto la catena di montaggio prosegue incessante, non può conoscere sosta, né tempi umanizzati: “Escono tremila pagnotte all’ora. Quasi una al secondo. Ogni stampo ne contiene tre. Devi caricare uno stampo ogni tre secondi. Un due tre, bam! Quando cambiamo gli stampi, devi prenderne e caricarne uno ogni tre secondi. Al lavoro”. Un lavoro di gente che consente ad altra gente di trovare il pane fresco nel forno di fiducia ogni mattina, ma che non si domanda mai come ci arrivi, né quanta fatica possa esserci dietro e dentro quel pezzo di pane.

Lasciando al lettore la curiosità degli sviluppi e dell’epilogo del libro, avvincente e inatteso, dove si assapora la presenza di un’altra importante tradizione letteraria svedese e scandinava, legata all’intrigo e ai tradimenti nel bel mezzo di tempeste e paesaggi tipicamente nordici, ci piace chiudere citando una descrizione che torna a Raya, figura femminile attorno a cui ruota lo svolgersi di eventi e personaggi: “Avrebbe voluto che le cose fossero come quando andava a scuola, e ogni giorno ritrovava gli stessi compagni. Che la gente non perdesse il posto per un giorno di malattia, un ritardo o un errore che poteva capitare a chiunque. Era una battaglia che avrebbe preferito non combattere”.

Battaglie per il lavoro e sul lavoro, che in troppi giudicano oramai desuete, travolte dall’incedere di un nuovo mondo che tende a rimuovere, sopprimere se non uccidere, in ogni senso, la realtà di chi invece ogni giorno combatte per sopravvivere, con la forza delle proprie mani.