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Andrea Roventini ci risponde dal Brasile, non è in Sud America in vacanza ma per studiare. È il direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna, uno degli studiosi più accreditati di economia politica. Tra le altre cose di occupa di crescita economica, di cicli economici e le crisi, di innovazione e cambiamento strutturale, di cambiamento climatico e degli effetti delle politiche monetarie, fiscali, d’innovazione, industriali e per fronteggiare il cambiamento climatico. Il professore afferma che quello italiano è un regime fiscale non costituzionale perché regressivo. La proposta della Cgil di contributo di solidarietà dell’1,3% sull’1% della popolazione, 500mila contribuenti ultramilionari e miliardari servirebbe a ridare progressività al sistema
Professor Roventini, il sistema fiscale italiano oggi è coerente con il dettato costituzionale?
Direi di no. Sono un economista non sono un costituzionalista, ma penso che il sistema fiscale italiano potrebbe definirsi anti-costituzionale. La nostra Costituzione afferma infatti che il sistema fiscale dovrebbe essere progressivo, ma il nostro studio pubblicato sul Journal of the European Economic Association mostra che il sistema italiano è regressivo, come quello di paesi come gli Stati Uniti, l’Olanda, la Francia e il Brasile. Regressivo significa che il 5% più ricco della popolazione paga un’aliquota fiscale effettiva inferiore al resto dei contribuenti.
C’è una sproporzione tra lavoro dipendente e il resto dell’imponibile nel pagare le tasse?
Sì, la regressività è dovuta principalmente a due fattori. Il primo è che le fasce di reddito più povere consumano di più di quelle più abbienti, quindi in proporzione sono colpite maggiormente dall’Iva, un’imposta notoriamente regressiva. Il secondo è che le classi con redditi superiori risparmiano di più e beneficiano della tassazione agevolata dei redditi da capitale. Di questo trattamento di favore dei redditi da capitale beneficia particolarmente l’1% più ricco della popolazione. Ci sono poi altre incoerenze. Il sistema fiscale italiano non è solo regressivo, ma è un sistema colabrodo perché nel corso degli anni sono stati approvati una serie di interventi che ne hanno ridotto la coerenza. Penso, ad esempio, alle quote forfettarie introdotte durante il Conte 1 che sono poi state ampliate dall’attuale governo. O al trattamento agevolato dei canoni di locazione che costa di più rispetto all’evasione che fa emergere. Per non parlare delle quasi inesistenti tasse di successione che fanno dell’Italia un paradiso fiscale tra i paesi sviluppati. Il sistema va riformato nella sua globalità e reso progressivo.
Un sistema fiscale con tutte queste criticità e incongruenze, costa dal punto di vista economico?
Costa perché è un paese diseguale e, per di più, il nostro studio mostra che la disuguaglianza sta crescendo velocemente, a tassi statunitensi. Abbiamo un’economia debole dove i bassi salari affliggono i consumi e i giovani emigrano a decine di migliaia ogni anno, una perdita incalcolabile per la nostra società. Una riforma fiscale “costituzionale” farebbe bene non solo le casse dello Stato, ma anche alla nostra economia, aumentando le possibilità di sviluppo.
E allora come si può correggere il sistema a suo parere?
Occorre rendere il sistema progressivo, aumentando il carico fiscale sul 5% dei contribuenti più ricchi. È necessaria una riforma generale del sistema fiscale che aumenti la base imponibile dell’Irpef e la renda più progressiva, che aumenti l’imposta di successione e la tassazione dei redditi da capitale. Però un primo intervento si potrebbe già fare, introducendo un’imposta patrimoniale sulle grandi fortune che colpisca l’1% più ricco degli italiani. In Francia, c’è un consenso crescente per la “tassa Zucman” (una proposta di imposta patrimoniale annuale del 2% sui super ricchi, con patrimoni sopra i 100 milioni di euro, ideata dall’economista Gabriel Zucman, ndr) che è appoggiata anche da economisti moderati come Olivier Blanchard e Jean Pisani-Ferry. In Italia, insieme a Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Matteo Dalle Luche e Alessandro Santoro abbiamo lavorato ad una proposta.
La Cgil ha proposto un contributo di solidarietà sulle grandi ricchezze. L’idea è quella di un’aliquota all’1,3% che colpisca l’1% dei contribuenti, circa 500.000 ultramilionari e miliardari. Le sembra una proposta ragionevole?
Sì mi sembra ragionevole e i numeri provengono dai nostri studi. Ovviamente sarebbe necessario un approfondimento ulteriore utilizzando dati più raffinati – che in Italia è difficile ottenere anche per fini di ricerca –, ma la direzione è quella giusta. Ho solo una critica alla proposta della Cgil: non dovrebbe essere un contributo di solidarietà una tamtum, ma un’imposta patrimoniale permanente necessaria per correggere la regressività del nostro sistema fiscale. Studi recenti mostrano che un’imposta patrimoniale potrebbe funzionare meglio rispetto a una maggiore progressività delle imposte sul reddito, che sono più facilmente eludibili.
C'è chi dice però che una tassa di questo tipo farebbe scappare all'estero questi 500.000 ultramiliardari e milionari. È vero?
Non è così, nel senso che non ci sono degli studi empirici che mostrano concretamente questa fuga. Non solo, si potrebbero prevedere delle misure antifuga. Zucman, ad esempio, propone che chi sposta la sua residenza all’estero debba continuare a pagare le imposte nel paese di provenienza per un numero fisso dai di anni che può essere 5-10 anni. La motivazione è che il patrimonio di chi se ne va è derivato anche dai servizi e dalle istituzioni del paese natale e quindi è giusto restituire una parte di quello che si è ricevuto. Infine, ricordo che negli Stati Uniti, che non sono certo un paese comunista, i cittadini devono pagare le tasse anche se si trasferiscono all’estero.
Un’imposta di questo tipo potrebbe fruttare circa 25-26 miliardi l’anno. Come dovrebbero essere impiegati a suo giudizio?
La cifra è indicativa e come dicevo prima sarebbe necessario effettuare ulteriori calcoli con dati più raffinati. In ogni caso, il gettito sarebbe consistente e la scelta del suo utilizzo è politica. Ci sono due strade complementari: da un lato si può vincolare il gettito al finanziamento della spesa pubblica per sanità, istruzione, università; dall’altro si può ridurre il carico fiscale che grava sul 99% degli italiani. Ciò spazza via la narrazione menzoniera di alcuni giornalisti e politici per cui la patrimoniale colpirebbe la classe media.
Insomma, il contributo di solidarietà o la patrimoniale sarebbe una riforma a favore del ceto medio?
Assolutamente sì, anche del ceto medio-alto. La maggiore tassazione dell’1% più ricco permetterebbe infatti di offrire più servire e ridurre il carico fiscale per il restante 99% della popolazione. Non è vero che mancano le risorse per migliorare l’economia italiana e ridurre la pressione fiscale, basta tassare di più l’1% più ricco che paga oggi un’aliquota effettiva inferiore al resto della popolazione che, ça va sans dire, comprende anche il ceto medio.





























