Ogni volta che la Cgil pubblica un’analisi economica, scatta puntuale il riflesso: qualcuno sale in cattedra per spiegare al sindacato come funziona l’economia. È successo di nuovo con il drenaggio fiscale. Curiosamente, lo stesso zelo non si manifesta quando sono le organizzazioni datoriali a diffondere studi privi persino di una nota metodologica.

Nelle settimane scorse nel mirino è finita l’analisi della Cgil sugli effetti del fiscal drag, che colpisce particolarmente i redditi fissi o parzialmente indicizzati, come i salari e le pensioni. Il Centro studi della Cattolica (OCPI) ha accusato la Cgil di aver usato dati sbagliati. In realtà, ha semplicemente adottato una definizione diversa di drenaggio fiscale.

L’OCPI considera solo l’aumento d’imposta dovuto al passaggio effettivo a scaglioni Irpef più elevati. La Cgil, come l’Ufficio parlamentare di bilancio, include invece anche la maggiore entrata che lo Stato ottiene quando l’inflazione non viene restituita ai contribuenti attraverso l’indicizzazione del sistema fiscale. Due definizioni diverse, due risultati diversi: circa 7 miliardi per l’una, circa 25 miliardi per l’altra.

Non c’è dunque alcun errore nei conti della Cgil. Semplicemente, essa misura ciò che altri preferiscono ignorare.

Il drenaggio fiscale, per definizione, può prodursi anche a scaglioni invariati, e colpisce pienamente anche chi vede il proprio reddito rivalutato solo nominalmente. Anche senza alcun passaggio di scaglione, la perdita di detrazioni e l’assenza di indicizzazione del sistema fiscale producono un aumento del gettito reale sul singolo lavoratore e pensionato.

Galli e colleghi replicano che, includendo i tagli contributivi e i bonus, il fiscal drag risulterebbe più che pienamente compensato, come sostiene anche la Bce. Ma questa lettura confonde piani diversi. I tagli contributivi e le misure una tantum erano presentati come interventi aggiuntivi di sostegno al reddito, non come strumenti di restituzione di un prelievo fiscale implicito prodotto dall’inflazione.

Tagli contributivi e bonus che, peraltro, non hanno toccato in alcun modo le pensioni, per le quali l’effetto del drenaggio fiscale è ancora più evidente. È vero che esse sono rivalutate automaticamente in base all’inflazione, utilizzando l’indice FOI al netto dei tabacchi. Ma la rivalutazione è solo parziale. Inoltre, l’indicizzazione opera sul lordo della pensione, mentre il drenaggio fiscale agisce sul netto: scaglioni Irpef detrazioni e no-tax area restano fermi in termini nominali. Ne deriva un aumento dell’imposta effettiva a parità di potere d’acquisto.

Dire che non si può intervenire perché “abbiamo troppo debito” non è un vincolo tecnico, ma una scelta politica. Il drenaggio fiscale è una modalità opaca di aggiustamento dei conti pubblici, che scarica il costo dell’inflazione su chi vive di redditi fissi o parzialmente indicizzati. E il conto, come sempre, lo pagano i soggetti più deboli.

Nel frattempo, da Bankitalia arrivano le solite ricette: il potere d’acquisto non si difende con il fisco ma con la produttività e la contrattazione aziendale.

Peccato che le categorie della Cgil contrattino ogni giorno nei luoghi di lavoro, mentre la Confederazione porta la stessa battaglia al tavolo col governo. Due piani diversi di un’unica azione: difendere i salari, nei contratti e nel fisco che li erode.

L’attacco alla contrattazione collettiva è una vecchia battaglia della cultura confindustriale e del pensiero economico dominante. Si ripresenta oggi con gli stessi argomenti di sempre e produce le stesse conseguenze: frammentazione, diseguaglianze, salari più bassi.

Quando il sindacato produce analisi economiche, molti economisti lo trattano come uno studente da correggere. Ma i conti della Cgil tornano. È il Paese, semmai, che da troppo tempo si regge su chi quei conti li paga davvero: lavoratori dipendenti e pensionati, soprattutto quelli più poveri.

Nadia Garbellini, professore associato di economia politica, Università di Modena e Reggio Emilia

Roberto Lampa, professore associato di storia economica e storia del pensiero economico, Università di Macerata