“Pay or consent”. Paga (4 euro al mese circa) o acconsenti (all’utilizzo dei tuoi dati personali), questa è l’estrema sintesi del messaggio che a breve riceveranno milioni di utenti di Whatsapp.

Secondo quanto anticipato da WaBetaInfo, nelle prossime settimane riceveremo un avviso con il quale ci verrà chiesto di scegliere se pagare 4 euro al mese oppure continuare ad utilizzare WhatsApp gratuitamente, ma con l’esplicito consenso alla profilazione e all’utilizzo dei nostri dati per fini pubblicitari.

Una sorta di “dolcetto o scherzetto”, in cui però non si sa davvero quale sia, tra le alternative proposte, la parte “dolce”. Una svolta che era nell’aria da mesi, e che sta focalizzando l’attenzione degli utenti su come impatterà tecnicamente l’eventuale rinuncia al pagamento sulle nostre chat.

Meta ha chiarito che messaggi, gruppi, chiamate e videochiamate resteranno completamente gratuiti e senza pubblicità. Gli annunci saranno presenti solo nelle sezioni relative agli stati e ai canali. Ha inoltre ribadito che la crittografia end-to-end delle chat non verrà intaccata: i messaggi privati resteranno privati.

L'abbonamento dunque servirebbe unicamente a chi vuole un'esperienza libera da inserzioni. Una versione Premium, con funzioni avanzate e intelligenza artificiale. Una scelta che indica la volontà di testare un possibile cambio di strategia dal modello “gratis finanziato dalla pubblicità”, probabilmente per rispondere a quanto imposto alle grandi piattaforme dal Digital Markets Act europeo, che chiede di offrire alternative concrete all'uso dei dati personali per fini pubblicitari.

Non è un caso, infatti, che i primi test dell'abbonamento siano destinati proprio a Europa e Regno Unito. È utile ricordare che WhatsApp ha subito negli ultimi anni diverse sanzioni in Europa per violazioni della privacy e trasparenza sul trattamento dati, con multe milionarie (225 milioni di euro nel 2021, e 5,5 milioni nel 2023). Le sanzioni riguardavano proprio la condivisione dei dati e la conformità al Gdpr.

Quello che però sembra sfuggire in questa vicenda, in cui la maggior parte degli utenti sta cercando di capire quanto potrebbe dovere pagare, è il fatto che l’alternativa è costituita dalla esplicita accettazione alla nostra profilazione. Un modo per bypassare quelle norme sulla privacy che consentono ancora, almeno a noi, cittadini europei, di esercitare una qualche forma di controllo sull’utilizzo dei nostri dati.

Perché il tema è esattamente questo, anche se camuffato con effetti speciali “premium”. E allora, quando arriverà la notifica sul nostro telefono, la domanda da porci dovrebbe essere: quanto valgono i nostri dati?

Ma visto che dopo anni di utilizzo, con tutta probabilità nessuno riuscirebbe a fare a meno di WhatsApp, la risposta sarà inevitabilmente falsata. Il che evidenzia ancora una volta l’asimmetria che caratterizza il rapporto tra fruitori di servizi e big tech, il cui condizionamento, nella vita di ognuno di noi, è ormai a tratti totalizzante. “Dolcetto o scherzetto” dunque? Prendiamoci almeno qualche minuto per rifletterci.

Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale