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Chi si ostina ad affermare e confermare alcune dinamiche divenute già tossiche nella nostra scuola, basate sui dettami di una società della prestazione sempre più pressante, secondo la quale il sistema di competizione e merito è l’unico a poter fornire una strada futura utile a studenti e studentesse, dovrebbe provare a riflettere attraverso le pagine dell’ultimo libro di Michele Arena, dal titolo Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista (Erickson “Il margine”, pp.176, euro 16,50).
Educatore nella periferia fiorentina, già autore per Mondadori di romanzi che affondano la penna nel mondo adolescenziale e della scuola quali Come nascono gli incendi (2020), e Tutti gli eroi che conosco (2023), Arena è anche tra i fondatori della scuola di scrittura “Il porto delle storie”, che trae diretta ispirazione dalla celebre 826 Valencia di Dave Eggers. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Il libro si muove sul doppio significato del significante classe, inteso come classe scolastica e classe sociale. Possiamo partire da questo punto?
La questione nasce dal grande equivoco riguardo al fatto che la classe sociale sia il fattore che determini il modo di apprendere, attraverso report che ci raccontano come nascendo in contesti di un certo tipo avrai il cammino segnato. Nel libro c’è il tentativo di un cambio di sguardo, che coinvolga non solo la condizione di apprendimento ma anche quella dell’insegnamento: se insegno, di solito appartengo a una classe sociale media, e questo può condizionare la tipologia delle relazioni in classe. Ma la classe è un luogo, uno spazio da condividere, e può essere utilizzata come laboratorio di discussione, nel tentativo di risoluzione dei problemi del gruppo classe. Si può spostare lo sguardo dell’apprendimento per migliorare il proprio insegnamento, lavorando su una coscienza di classe a scuola, nella scuola.
In questo senso viene evidenziato come l’insuccesso scolastico per uno studente può essere causato da molti fattori, non strettamente didattici, chiamando in causa più o meno direttamente un richiamato “patto educativo”, spesso privo di reali contenuti…
Il grande tema è che se cominciamo a parlare dei ragazzi solo in base al rendimento scolastico, solo come merito, loro stessi entrano a scuola puntando tutto sull’impegno e il merito prodotto negli anni, condizionati da una comunicazione non esplicita, nascosta, che fa capire a qualcuno che per lui la scuola potrebbe essere il luogo meno adatto, in particolare agli studenti senza cittadinanza, statisticamente bocciati tre volte più degli altri, battendo il tasto su fattori sociali, economici, politici. Se invece questo tema viene esplicitato dagli insegnanti si possono generare altre relazioni, e una bocciatura o una insufficienza possono acquisire significati diversi, senza rimanere bloccati in una sorta di doppia discriminazione. In questo modo, anche gli studenti possono rileggere il proprio insuccesso scolastico in maniera costruttiva.
Tra le pagine viene infatti chiesto anche agli insegnanti di prendere una posizione netta su questi temi, dentro e fuori dell’aula. Ma quanto e come è cambiato il ruolo del docente in questi anni?
Non credo che in Italia la scuola fosse migliore venti o trent’anni fa; c’era un livello più basso di diseguaglianze rispetto a oggi, ma questo è determinato da una crisi sociale ed economica maggiore, che si riversa nelle classi. Ecco perché ora occorre un lavoro di ripartenza, di carattere educativo e relazionale, una questione talmente forte da rimettere in discussione anche il ruolo dell’insegnante. Chi lo pensava come un lavoro solo “tecnico”, da un professionale al liceo, seppur diversi, deve ora fare i conti con l’emergere di una sofferenza forte nelle aule, che i docenti osservano senza avere gli strumenti per gestirla, visto quanto e cosa richiedere il sistema scolastico. E chi riesce tra i docenti riesce a non schermarsi paga dei costi emotivi non indifferenti, in un lavoro dove non c’è supervisione, senza poter discutere con qualcuno sul come ci si sente portando avanti un lavoro di relazione, mascherato da lavoro tecnico.
La tua esperienza diretta come educatore in contesti periferici, che si ritrova anche nei tuoi libri di carattere narrativo, ti ha portato alla scuola di scrittura Porto delle Storie. Ce ne puoi parlare?
Siamo partiti avendo avuto a disposizione uno spazio fisico già nel 2010, ma il progetto è stato inaugurato con l’Associazione Macramé di Campi Bisenzio nel 2014, con la presenza di Dave Eggers, il creatore della 826 Valencia. Da qui abbiamo sviluppato spazi anche nelle biblioteche e nelle scuole, per ragazzi con marginalità difficili, messi insieme a coetanei che spinti dalla passione per la scrittura. Uno spazio pensato dunque come apprendimento e responsabilità collettiva, dove noi adulti non siamo i docenti ma gli editor delle loro storie, del loro lavori di scrittura, con l’obiettivo di farle diventare delle pubblicazioni, un libro vero e proprio per ottenere uno spazio politico, da cui ragazzi e ragazze sono solitamente esclusi. Poi dal libro cerchiamo di arrivare ai festival, di farli parlare, riappropriandosi di una presenza che di solito viene loro preclusa.
“Dipende dalla classe” sta girando molto tra gli addetti ai lavori, ed è stato già presentato in contesti scolastici diversi, alcuni dei quali ritenuti “difficili”. Che tipo di accoglienza riceve?
Le presentazioni sono momenti di incontro, dove si concentrano soprattutto insegnanti già sensibili a determinati temi e che hanno voglia di riflettere insieme, che hanno raccolto l’invito al dialogo contenuto nel libro, e non di colpevolizzazione degli insegnanti, come altri hanno interpretato. Diventa così uno spazio di discussione in cui docenti di scuole, ordini e contesti diversi si confrontano sul come stare in classe in questa incertezza che la situazione attuale produce, intercettando traiettorie, e arricchendo anche me come educatore.























