Ponte sullo Stretto, si riparte con l’iter. Il consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto legge, con disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari e concessioni, un provvedimento elaborato per sbloccare lo stallo provocato dalla bocciatura di novembre della delibera Cipess da parte della Corte dei conti e avviare i cantieri.

Il testo è stato modificato dopo un incontro tra il ministro delle Infrastrutture Salvini e il presidente della Repubblica Mattarella. Non contiene più la norma che avrebbe dovuto limitare l'operato dei magistrati e consentire al governo di aggirare i controlli sull'opera e neppure la nomina di un super commissario: era circolato il nome di Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina spa, ipotesi che ha sollevato molte critiche per il possibile conflitto di interessi.

Errore strategico

Il ponte sullo stretto di Messina è un errore strategico che il governo continua a perseguire, mentre il Mezzogiorno sconta carenze infrastrutturali diffuse, croniche e drammaticamente evidenti – sostiene la Cgil in una nota –. Lo dimostrano i gravissimi disagi subiti in queste settimane dai cittadini colpiti da eventi climatici estremi, da ultimo il ciclone Harry. La necessità di intervenire nuovamente per rimettere in carreggiata l’iter approvativo, dopo i rilievi della Corte dei conti, dimostra che non eravamo di fronte a ostacoli ideologici, ma a criticità strutturali, giuridiche e finanziarie reali”.

Discutibile la decretazione d’urgenza

Discutibile per il sindacato di corso d’Italia anche il ricorso alla decretazione d’urgenza per un’opera concepita da decenni, e oggi rilanciata senza che siano cambiate le condizioni di fondo: sembra un tentativo di forzare il sistema delle regole per superare problemi che derivano da scelte politiche sbagliate e da istruttorie carenti, che prova a trasformare l’eccezione in metodo.

Distorsione delle priorità

D’altra parte di fronte a territori isolati, reti ferroviarie inadeguate, infrastrutture idriche fragili, trasporti locali insufficienti e comunità lasciate sole nelle emergenze con migliaia di sfollati, la scelta di concentrare così tante risorse politiche, finanziarie e amministrative su un’unica grande opera rappresenta una distorsione delle priorità e un errore strategico per il Paese.

Non è semplificazione

Le criticità sono anche nel merito del decreto. “La cosiddetta semplificazione contenuta nel provvedimento – prosegue la nota della Cgil – si traduce nei fatti in una concentrazione delle decisioni e in una riduzione dei controlli, a partire da quelli ambientali, finanziari e territoriali. Se si devono cercare nuovi motivi imperativi per quest’opera, significa che si è iniziato dalla coda: prima si è deciso di riattivare il vecchio progetto del Ponte e dopo si cercano le motivazioni. Un’impostazione che consideriamo pericolosa, perché indebolisce le garanzie pubbliche e apre la strada a nuovi contenziosi, ritardi e costi aggiuntivi”.

Un’opera insostenibile

Gravi anche gli aspetti della sostenibilità economica. “Il piano economico-finanziario continua a poggiare su previsioni di traffico e di ricavi aleatorie – sostiene il sindacato –. In assenza di certezze, il rischio è che eventuali squilibri vengano coperti con risorse pubbliche, sottraendole a sanità, istruzione, trasporti locali e politiche sociali, soprattutto nel Mezzogiorno. Sulla gestione politica di questo progetto c’è una confusione totale da parte del governo che espone il Paese a gravi danni. Positivo che dal decreto siano state eliminate, grazie al confronto con il Quirinale, le limitazioni ai controlli della corte dei Conti, la nomina di un commissario, come anticipato giorni fa dal ministro Salvini, e dagli eventuali scudi per danni. Nel decreto rimangono però ancora previsioni che limitano il controllo degli organi di legge e non si comprende cosa si intende fare rispetto al rispetto della direttiva appalti come sollevato dalla Corte della Conti”.

Meno garanzie e sicurezza

Non meno importante la questione del lavoro e delle garanzie su sicurezza, qualità dell’occupazione e trasparenza degli appalti che il ricorso a poteri commissariali e a procedure straordinarie non offre. L’esperienza delle grandi opere insegna che dove si comprimono i controlli, aumentano i rischi per i lavoratori, si moltiplicano i subappalti e si indebolisce la responsabilità lungo le filiere.

Quale coinvolgimento dei territori?

“Infine – conclude la Cgil – resta irrisolto il tema del coinvolgimento reale dei territori. Regioni, enti locali e comunità direttamente interessate continuano a essere marginalizzati in scelte che incideranno profondamente sull’assetto economico, ambientale e sociale del Sud. Perciò consideriamo un errore perseverare su questa strada, perché il Paese ha bisogno di un piano serio e diffuso di investimenti infrastrutturali, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, dal rafforzamento delle reti esistenti e dal diritto alla mobilità per tutte e tutti”.