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Diseguaglianze nello stato di salute e nell’accesso alle cure che si traducono in maggiore diffusione della multi-cronicità e della minore aspettativa di vita. Oltre a questo filo conduttore c’è una lente che l’Istat, nel suo report annuale, ritiene indispensabile per leggere i dati: la denatalità. Lente a cui si aggiunge quella dello spopolamento. E queste lenti non hanno la stessa gradazione in tutte le regioni del Paese.
Diseguaglianze territoriali
Il Centro-Nord, ad esempio, riesce a compensare meglio la tendenza ha non far figli delle donne italiane con l’arrivo di migranti. Nelle regioni meridionali, invece, alle poche nascite si somma la tendenza dei ragazzi e delle ragazze a lasciare la propria terra per cercare miglior fortuna altrove. Cosa c’entra tutto questo con la salute e con la sanità? C’entra, perché la popolazione invecchia e con l’invecchiamento aumentano le patologie che poi diventano croniche e spesso sono anche invalidanti.
La riflessione della Cgil
A commentare il Rapporto è la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi, che dice: “L’Istat mette in rilievo anche le profonde diseguaglianze nella salute delle persone, con divari che dipendono in modo crescente dalle condizioni economiche, sociali e culturali, così come è forte l’impatto delle diseguaglianze territoriali, a partire da quelle tra Nord, Centro e Sud (basti pensare che ben 8 regioni non garantiscono i Lea), ma anche tra centri urbani e aree interne. Diseguaglianze che hanno forti ripercussioni nell’aspettativa di vita alla nascita e, soprattutto, nelle aspettative di vita in buona salute”.
Un po’ di numeri
In Italia a gennaio 2026 c’erano 69,8milioni di abitanti: nel 2016, invece, erano 60,2milioni. Nel 2025, rispetto all’anno prima, sono nati il 3,9% bambini e bambine in meno. Mentre 12,8 milioni di persone, hanno più di una malattia: si tratta del 22,8% della popolazione. Ancora: il 22,7% dichiara limitazioni nelle attività quotidiane. Ancora più rilevante è il dato di chi cumula entrambe le condizioni: oltre 7 milioni di persone, pari al 13% della popolazione, convivono sia con multimorbilità sia con limitazioni. Ovviamente, tra gli anziani e le anziane questa percentuale aumenta fino ad arrivare al 35,4%.
Ancora diseguaglianze
A incidere negativamente sulla condizione di salute non è solo dove si vive ma anche quanto si è studiato. Dice ancora Istat che gli uomini di 30 anni con un basso livello di istruzione hanno una aspettativa di vita di 4,5 anni in meno di quelli che hanno raggiunto la laurea; per le donne il divario è di 2,8 anni. Se alla scolarità aggiungiamo dove si vive, la situazione cambia ancora: a 30 anni, un uomo con bassa istruzione residente nelle Isole ha una speranza di vita residua inferiore di 5,7 anni rispetto a un coetaneo laureato del Nord-Est.
Diseguaglianze di risorse
Il servizio sanitario è regionalizzato, ma la redistribuzione di risorse dovrebbe essere equa: dovrebbero essere utilizzati criteri di redistribuzioni adeguati. Purtroppo non è così. Si legge nel Rapporto: “Emilia-Romagna e Liguria sono le regioni con il finanziamento pro capite più elevato, rispettivamente 2.490 e 2.441 euro. I livelli più bassi di finanziamento effettivo si riscontrano invece nelle regioni del Mezzogiorno, in particolare in Calabria e Basilicata, con 2.167 e 2.190 euro pro capite.
Le incongruenze
Quel che proprio non si capisce è qual è il criterio di assegnazione delle risorse. Dice ancora Istat: “Le risorse messe a disposizione delle singole regioni e l’effettiva spesa sostenuta non sembrano avere una relazione diretta con il bisogno di assistenza della popolazione. Al contrario, la spesa sostenuta sembra dipendere in misura maggiore dalle dotazioni strutturali delle singole regioni. Ciò può condurre a un aumento delle disuguaglianze territoriali e dei deficit nei bilanci, ai quali le regioni potrebbero dover fare fronte con risorse proprie, con un evidente svantaggio per i residenti nei territori regionali più poveri”.
Sempre e solo ospedale
A dirlo è ancora l’Istituto di statistica che racconta come soprattutto al Sud e nelle aree interne le persone - soprattutto se anziane ma non solo – non riescono ad accedere ai servizi ambulatoriali e domiciliari e quindi finiscono con ricorrere agli ospedali. Afferma ancora Barbaresi: “Con il progressivo invecchiamento della popolazione crescono i bisogni sociali e sanitari, a partire dai 13 milioni di persone con multimorbilità, 7 milioni delle quali presentano anche limitazioni nella vita quotidiana e con bisogni assistenziali che richiederebbero un sistema socio-sanitario capace di prendere in carico cronicità, non autosufficienza e fragilità prima che diventino emergenza ospedaliera, ma troppo spesso non sempre trovano risposta in un’offerta sanitaria e sociale adeguata”.
Cambiare è possibile
Cambiare è possibile. Afferma infatti la dirigente sindacale: “L’Istat offre una lettura del quadro della situazione che richiede la necessità di potenziare la prevenzione, migliorare l’accesso alle cure e soprattutto rafforzare i servizi sanitari territoriali e consolidare presa in carico dei bisogni di salute a partire dalla necessità di assicurare al Ssn le risorse economiche e umane necessarie a rendere effettiva la tutela del diritto alla salute delle persone”.
Una nuova legge
Sono trascorsi 15 giorni da quando la Cgil ha avviato la raccolta di firme in calce alla legge di iniziativa popolare per il diritto alla salute. È ancora la segretaria confederale a ricordarne le ragioni: “L’ obiettivo è proprio quello di creare le condizioni finanziarie, professionali e strumentali per promuovere il progressivo rafforzamento del Ssn adeguando l’offerta di assistenza ai bisogni di salute della popolazione. Non solo arrestare il declino della sanità pubblica ma mettere il Ssn nelle condizioni di rendere effettiva la tutela del diritto alla salute”.
Il valore della partecipazione
Nel 1978 fu approvata la legge che istituiti il servizio sanitario universale e pubblico grazie a una grandissima mobilitazione di cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici che spinsero il Parlamento a innovare e riformare. Oggi è necessaria una spinta analoga, uno dei modi per partecipare è quello di firmare la legge di iniziativa popolare. Farlo è semplice, basta rivolgersi alle sedi locali della Cgil o, on-line, collegandosi con la pagina dedicata sul sito del ministero della Giustizia.
Conclude dunque Barbaresi: questa proposta “occorre farla vivere tra le persone, nelle piazze, nei luoghi di lavoro, di studio e di aggregazione. Non si tratta solo di mettere una firma su un modulo, ma è un’assunzione di responsabilità e un importante atto di consapevolezza, partecipazione e impegno per salvare e rafforzare, tutte e tutti, insieme la principale infrastruttura sociale del Paese: il Ssn”.


























