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Quando i salari sono fermi e i redditi in calo, l’offerta di beni e servizi accessibili a tutti può fare la differenza. Invece, negli ultimi decenni abbiamo assistito a un parziale ritiro dello Stato dalla gestione dei servizi ai cittadini e a una progressiva privatizzazione che non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze già presenti, tra Nord e Sud del Paese, tra centri urbani e aree rurali, tra ricchi e poveri. Assistiamo a una drastica riduzione della spesa discrezionale delle famiglie (-42,1%), quella per i beni non strettamente necessari.
Ma le persone sono costrette a rinunciare anche a una parte consistente di spese essenziali per il proprio benessere (-18%). Eppure le attività economiche fondamentali, quelle che rendono dignitosa la vita delle persone, dovrebbero essere gratuite e accessibili a tutti. Stiamo forse tradendo i principi della nostra Costituzione? Ne parliamo con Angelo Salento, docente di Sociologia presso l’Università del Salento.
Professore, in questo scenario quale può essere il ruolo dei servizi pubblici?
I servizi pubblici hanno un ruolo decisivo per il benessere di tutti e tutte, a prescindere dal reddito. Non tutto quello di cui abbiamo bisogno può essere acquistato con il reddito. Facciamo qualche esempio. Noi possiamo acquistare un telefono, non la rete telefonica. Possiamo pagare un biglietto del treno, ma non possiamo prendere alcun treno senza una rete ferroviaria e un sistema di trasporti pubblici. Bisogna tornare a legittimare l’economia fondamentale, quella del benessere e non del profitto, come previsto dalla nostra Costituzione.
L’attuale sistema economico è compatibile con i principi costituzionali?
Negli ultimi trent’anni non lo è stato. Il capitalismo di chi estrae valore più di quanto ne produca è sicuramente incompatibile non solo con i principi costituzionali, ma anche con i principi basilari della riproduzione della società. È un capitalismo pronto anche a disinvestire, nei servizi, nel personale, corrodendo il benessere collettivo. Una malattia che si può curare solo invertendo drasticamente l’ordine delle priorità.
Come riuscirci?
Facendo leva sulla consapevolezza dei cittadini. Le persone - non solo i ceti più poveri - vivono la crisi di procurarsi giornalmente ciò di cui hanno bisogno. Tutto quello che è un plus (una vacanza, un evento culturale) fanno sempre più fatica a procurarselo. Questo stato di malessere dà forma alla politica di oggi. Le forze politiche si presentano come la spinta al cambiamento, ma danno una riposta poco razionale e organizzata. Bisogna imparare a reinterpretare questo malessere. E il sindacato può farlo meglio di chiunque altro.
L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo utile in questa partita?
L’intelligenza artificiale viene utilizzata come espropriatore di valore sociale. Uno strumento che raccoglie e digerisce il sapere sociale, intellettuale e scientifico accumulato nel corso dei secoli. E riesce a elaborarlo e rielaborarlo a una velocità impressionante. La materia prima di cui è fatta sono i libri, gli articoli scientifici, i siti web, qualsiasi atto di conoscenza fin qui prodotto. Una ricchezza socialmente prodotta che questa tecnologia maneggia e rivende. Non bisogna avere una reazione avversa a queste trasformazioni tecnologiche. Ma bisogna pretendere che questa ricchezza venga in qualche modo restituita alla società. E che la rendita non sia interamente catturata da attori privati ma torni ai cittadini, irrobustendo i servizi essenziali.






















