Dal 7 ottobre 2023 Gaza e la Cisgiordania vivono una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili. Sopravvivere è difficile, lavorare è quasi impossibile. Nella Striscia la disoccupazione sfiora l'80% e anche chi ha ancora un impiego spesso soffre la fame. Ma la situazione è drammatica anche in Cisgiordania, dove quasi un terzo della popolazione è oggi senza lavoro.

La crisi occupazionale è il risultato diretto delle misure adottate da Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre. Circa 150.000 lavoratori palestinesi in possesso di un permesso non possono più entrare in Israele. A questo si aggiunge il mancato pagamento degli stipendi a centinaia di migliaia di dipendenti pubblici dell'Autorità Palestinese, dovuto al continuo blocco delle entrate fiscali palestinesi da parte del governo israeliano.

Sparare a vista

Negli ultimi mesi la situazione è ulteriormente peggiorata. Dopo l'ordine impartito dal ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir alla polizia di sparare contro chi attraversa senza autorizzazione la barriera che separa Israele dalla Cisgiordania, anche tentare di raggiungere un luogo di lavoro è diventato un rischio mortale.

A raccontare come i lavoratori palestinesi cercano di sopravvivere è Khaled Abu Zhour, segretario del settore Costruzioni della Federazione generale dei sindacati dei lavoratori palestinesi (Pgftu).

"Il 7 ottobre 2023 c'erano circa 550.000 lavoratori impiegati nei Territori occupati. Ben 16.000 di loro risiedevano nello Stato di Israele grazie a un permesso di lavoro – racconta Abu Zhour –. All'inizio della guerra a Gaza questi lavoratori sono stati costretti a fuggire verso la Cisgiordania. Sono stati espulsi. Così oggi abbiamo 16.000 persone senza casa e senza lavoro."

Rete di assistenza

Di fronte all'emergenza, il sindacato ha cercato di organizzare una prima rete di assistenza. "Il nostro ruolo, come Federazione generale dei sindacati dei lavoratori palestinesi, è stato quello di accoglierli e trovare centri di ospitalità dove potessero dormire. Siamo rimasti in contatto con loro per aiutarli a trovare una casa, invece di lasciarli per strada. Abbiamo contattato i proprietari di alcune strutture e siamo riusciti a far lavorare qualcuno nel settore edile, anche se con una paga minima."

Con l'estensione del conflitto alla Cisgiordania, però, anche questa attività è diventata sempre più difficile."Quello dell'accoglienza è diventato l'aspetto più complicato della  situazione. Ora Israele bombarda anche la Cisgiordania e tutto è diventato ancora più complesso."

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La stretta di Israele

Nel frattempo, spiega Abu Zhour, si è intensificata anche la stretta imposta dall'occupazione. Dopo il primo anno di guerra sono stati installati posti di blocco e varchi elettronici in tutta la Cisgiordania.

"Attualmente ci sono più di 115 posti di blocco elettronici nella sola West Bank. Questo ha reso gli spostamenti dei lavoratori estremamente difficili, anche tra una città palestinese e l'altra. Muoversi all'interno della Palestina è diventato quasi impossibile. È stata adottata una politica di chiusura delle città, come se fossero cantoni, per impedire ai lavoratori di uscire dai centri abitati. È una strategia per isolare le persone e impedirne i movimenti."

Eppure, spiega il sindacalista, la necessità di procurarsi un reddito spinge migliaia di persone a rischiare la vita."I lavoratori hanno bisogno di cibo, di un posto dove vivere. Per questo rischiano la vita pur di lavorare. Nel solo 2025, 48 lavoratori sono stati uccisi mentre cercavano di passare da una parte all'altra."

Ramallah in crisi

Alla repressione israeliana si aggiunge, secondo Abu Zhour, la crisi dell'Autorità Palestinese. Ramallah, osserva, non è stata in grado di garantire alcuna tutela economica ai lavoratori rimasti senza reddito e attribuisce questa incapacità al blocco delle risorse imposto da Israele.

"C'è l'incapacità del governo palestinese di garantire qualsiasi fonte di reddito ai lavoratori. Il governo respinge ogni critica e si giustifica dicendo che quello israeliano, sin dal 7 ottobre, ha iniziato a trattenere tutti i fondi di compensazione che spettano ai palestinesi."

Solidarietà internazionale

L'ultima speranza, conclude il dirigente sindacale, arriva dalla solidarietà internazionale e dall'azione legale promossa dal sindacato mondiale delle costruzioni.

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"Abbiamo inviato una lettera a tutte le federazioni sindacali internazionali per chiedere di stare al fianco dei nostri lavoratori. Poi c'è stata una decisione davvero coraggiosa presa dalla Bwi (il sindacato internazionale delle costruzioni, ndr), che ha avviato un procedimento legale contro Israele per conto di 12.000 lavoratori palestinesi che hanno perso il lavoro a causa delle restrizioni in atto. Il procedimento è ancora in corso e, se Dio vuole, arriveremo a qualcosa di importante. Per noi questa causa rappresenta una grande speranza."