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"Sono qui per aiutare e non per sostituire”, ha scandito un robot umanoide rivolgendosi alla presidente del Consiglio qualche giorno fa, durante il XIX Congresso nazionale della Uil, con tanto di maglietta e fazzoletto blu del sindacato. Un’insolita accoglienza, che ha strappato sorrisi e applausi. Ma siamo davvero sicuri che quella affermazione trovi fondamento nella realtà? Ed entro quali limiti?
Perché certo, se parliamo di tecnologia al servizio dell’uomo gli esempi di robotica positivi, frutto del lavoro di università e centri di ricerca sono tantissimi e molti hanno davvero implicazioni importanti nella vita di tutti i giorni. Basti pensare agli esoscheletri, ai deambulatori intelligenti o alle sedie a rotelle dotate di intelligenza artificiale che restituiscono autonomia alle persone con disabilità motorie, o ai robot in grado di operare in ambienti pericolosi, solo per citare alcuni esempi. Ma esiste anche tanto altro, e sempre più frequentemente, questo “altro” rappresenta una potenziale minaccia, non solo per il mondo del lavoro.
Perché, come ha ribadito anche in occasione del Congresso della Uil il nostro segretario generale, “la tecnologia non è neutra”. Dipende dall’uso che intendi farne. Un drone può virtuosamente essere impiegato per il monitoraggio ambientale, o violentemente utilizzato per distruggere un edificio durante una guerra.
E allora, in tema di non neutralità, la prima distinzione da fare è proprio quella che riguarda la contrapposizione di due modelli profondamente diversi tra loro: il primo, quello che fonda le sue radici nella ricerca (pubblica) e il secondo, quello mosso da interessi privati, nel perseguire il profitto.
Questa prima distinzione porta con sé un altro grande tema, che ne influenza fortemente gli esiti: quello delle risorse. Perché la ricerca pubblica, per sua natura votata al raggiungimento di obiettivi che possano accrescere il benessere generale viene scarsamente sostenuta, orientata e finanziata, mentre dall’altro lato, quello del “profitto” troviamo pochi, pochissimi, soggetti privati, certamente non mossi da obiettivi altrettanto nobili, che sono in grado di investire cifre incredibili.
Questo ovviamente impatta non poco sulla prospettiva di uno sviluppo più etico e a disposizione della collettività, soprattutto perché, per dirla con le parole di Padre Benati, si è chiusa l’epoca dei “patti impliciti della tecnica, quegli accordi silenziosi attraverso i quali una scoperta diventa infrastruttura, e un’infrastruttura diventa diritto informale”.
La nuova corsa all’oro oggi è quella tecnologia. Una corsa impari, in cui il “dibattito pubblico, continua a discutere di intelligenza artificiale come se la sua espansione fosse garantita da una legge di natura, piuttosto che sostenuta da un fragile equilibrio economico-industriale”.
Facciamo un esempio? Mentre università e Centri di ricerca faticano nel far conoscere e apprezzare i prototipi realizzati e messi al servizio del benessere generale, assistiamo in questi giorni, alla presentazione da parte della società cinese di robotica UBTech di U1, un robot umanoide da compagnia progettato per la produzione su larga scala, i cui preordini ammontano già a decine di migliaia di pezzi, che verranno consegnati a partire da settembre di quest’anno.
Decine di migliaia (si, decine di migliaia) di robot proposti come “risposta alla solitudine”, che imitano in tutto e per tutto un essere umano: la pelle biomimetica, in silicone di nuova concezione, è studiata per rendere l'interazione visiva molto più realistica rispetto ai tradizionali chassis in metallo o plastica. Inoltre, il sistema di controllo che regola le espressioni facciali, caratterizzato da una bassissima latenza tra il suono emesso e il movimento delle labbra (meno di venti millisecondi), garantisce una sincronizzazione quasi istantanea.
Con un prezzo base di 15mila euro circa (ma che può arrivare anche a 127mila euro per le versioni più avanzate), il futuro raccontato dai film di fantascienza è già realtà. Adesso. Chiunque può ordinare e avere il suo robot, personalizzandolo (possono essere fatti a immagine e somiglianza di una celebrità, di una persona cara o di qualcuno di totalmente immaginato) nella versione maschile e femminile, con altezze rispettive di 183 e 168 centimetri. Un robot la cui struttura meccanica comprende 88 gradi di libertà articolare e un sistema cervicale a doppio perno, proprio per permettergli di replicare con estrema scioltezza un'ampia gamma di movimenti umani.
Ma l’aspetto, già di per sé incredibile, non è il cuore del progetto. Quello che colpisce è il motore “cognitivo”, basato su un modello IA, addestrato specificamente per il riconoscimento e la gestione degli stati d’animo. Può rilevare oltre venti diverse emozioni umane analizzando le espressioni facciali e il tono di voce, con un tasso di accuratezza dichiarato superiore al novanta percento.
Le funzioni principali per le quali viene proposto riguardano la conversazione con gli utenti, il sostegno emotivo, funzioni di aiuto per l’assunzione dei farmaci e di controllo del benessere quotidiano. E già queste fanno presagire quante figure professionali verranno messe in discussione nel prossimo futuro. Contemporaneamente, una diffusione massiccia di questi “aiutanti” ad opera di una società privata altro non farà che consolidare la posizione dominante di quest’ultima sullo scacchiere mondiale.
C’è poi un altro aspetto che inquieta non poco. Ed è quello che riguarda l’idea che il rapporto tra esseri umani possa essere imitato e sostituito da una macchina. Ma questa, per quanto artificialmente “intelligente” possa essere, non riuscirà mai a sostituirsi all’imperfezione, all’imprevedibilità di una risposta data da un essere umano.
La distinzione fondamentale tra l’agire umano e quello dell’IA risiede nella natura dell’azione stessa: l’uomo agisce mosso da intenzionalità, coscienza ed emozioni. Le macchine imitano il comportamento elaborando modelli statistici e dati, ma non vi è in questo una reale comprensione. Perché la macchina funziona per massimizzare il raggiungimento di un obiettivo predeterminato. Umanizzare ciò che è puro calcolo è dunque fuorviante e in alcuni casi persino pericoloso.
Eppure, è questa la direzione che sembra essere tracciata. Mentre stiamo appena imparando a comprendere i danni causati dai chatbot emotivi, ci troviamo già proiettati verso la diffusione di una loro versione in “simil carne e ossa”. Nel frattempo interi settori, e con essi le lavoratrici e i lavoratori in essi impiegati rischiano già di essere letteralmente spazzati via.
Proprio quelli che si occupano di assistenza: i call center Crm/Bpo. Attività che fino a ieri richiedevano l’intervento umano vengono ormai strutturalmente rimpiazzate da soluzioni algoritmiche, spesso introdotte senza alcun confronto preventivo con le rappresentanze sindacali, senza piani di riconversione professionale e senza garanzie occupazionali.
Avanzano assistenti virtuali, chatbot e sistemi di gestione automatizzata delle richieste dei clienti, rimangono indietro lavoratrici e lavoratori. Tutto questo accade adesso, mentre è in corso un ridisegno delle gerarchie globali in tema di sovranità tecnologica. E allora è evidente che la questione va ben oltre la capacità di uno Stato di partecipare allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In gioco c’è l’idea di società, di lavoro, di democrazia e di umanità che vogliamo per i prossimi anni.
“Sono qui per aiutare e non per sostituire” è un’affermazione bellissima. Ma per renderla concreta è indispensabile definire alcuni limiti precisi. E la definizione di quei limiti non può essere affidata al mercato. La partita è ancora aperta, ma il tempo stringe.
Barbara Apuzzo, Responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale




























