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Il 14 e 15 luglio torna “Come suona il caos”, il progetto ideato e diretto da Maurizio Capone che da anni utilizza la musica come strumento di educazione ambientale, partecipazione civica e coinvolgimento delle nuove generazioni. La V edizione, iniziata il 1° luglio con una serie di laboratori e workshop formativi, entrerà nel vivo presso il Centro Ciro Colonna dei Maestri di strada a Ponticelli, quartiere periferico di Napoli.
Per due giorni, uno dei luoghi simbolo dell’impegno educativo e sociale della città si trasformerà in un laboratorio aperto di cultura, sostenibilità e cittadinanza attiva. Protagonisti sono anche i tanti giovani e giovanissimi che frequentano il Centro Ciro Colonna e che, dopo settimane di laboratori, saliranno sul palco e prenderanno parte attivamente alle attività del festival.
Maurizio Capone, "Musica, ambiente e diritti sociali". Cosa hanno in comune questi tre mondi?
Li unisce il fatto che la musica può essere molto più di una forma d’intrattenimento. È uno strumento educativo, di partecipazione e crescita collettiva. Certo, la musica deve essere bella, emozionare ed essere fatta bene, ma può anche diventare un mezzo di evoluzione culturale e sociale. È questo il modo in cui la utilizzo da tanti anni. Ho la fortuna di fare una musica molto fisica e, quando la porto nelle scuole o nei quartieri più difficili, rompe gli schemi tradizionali della didattica e riesce a stimolare le persone, invitandole a trasformarsi. Lo fanno anche i miei strumenti, costruiti con materiali riciclati, che rappresentano già di per sé un messaggio molto forte.
A proposito dei suoi strumenti: come nasce l'idea di trasformare una bottiglia, un rotolo di carta o altri materiali di recupero in strumenti musicali? Cosa vede in quegli oggetti?
Alla base c'è sicuramente un’intuizione. Nasce da un'abitudine che ho fin da quando ero bambino. Avevo nove o dieci anni quando costruii il mio primo strumento: volevo suonare e, invece di aspettare che qualcuno me ne regalasse uno, presi due barattoli di marmellata, li unii con lo scotch e realizzai una coppia di piccoli bonghi. Negli anni ho continuato a suonare strumenti tradizionali, soprattutto le percussioni, ma ho sempre cercato suoni nuovi, originali, nascosti dentro oggetti comuni. Ho iniziato a sperimentare il rapporto fisico con questi materiali e oggi mi viene abbastanza naturale osservare un oggetto e immaginare il suono che potrebbe produrre.
Ma l'intuizione da sola non basta…
Serve, infatti, anche tanta sperimentazione. Un giorno ho preso una bottiglietta di plastica, che facilmente si può trasformare in uno shaker, ma mi sembrava una soluzione scontata. Così ho continuato a studiarla, finché un giorno al mare mi è venuta l'idea di usarla come una sorta di talking drum: percuotendo il fondo e tappando il collo in punti diversi si ottengono note differenti. È proprio questa ricerca che mi appassiona.
Questo dimostra anche che la musica può nascere davvero da qualsiasi cosa.
Esattamente. E dimostra soprattutto che la musica è prima di tutto un gioco. Ce ne dimentichiamo troppo spesso. Inoltre è un messaggio molto democratico: si può fare musica senza spendere soldi. Tutti possono avvicinarsi alla musica, indipendentemente dalle possibilità economiche. Questo non significa sminuire gli strumenti tradizionali, che io continuo ad amare, ma ricordare che il primo passo è sviluppare il piacere di suonare. Se si parte dal gioco, la musica diventa anche una strada per l'auto-conoscenza.
Ed è proprio l'auto-conoscenza uno degli aspetti più importanti quando si lavora con i ragazzi che vivono in contesti difficili.
Sicuramente. Con la musica si possono offrire alternative, prospettive diverse, nuovi modelli. Vorrei però aggiungere una cosa: la musica dovrebbe entrare ovunque, non solo nei quartieri considerati “a rischio”. Io ho lavorato tantissimo in contesti difficili, da Scampia al Parco Verde, da Ponticelli a Pomigliano. L'unica volta in cui mi è capitato che un ragazzo tentasse di aggredirne gravemente un altro è stato durante un laboratorio in un quartiere benestante come il Vomero.
Un episodio che fa molto riflettere.
Esiste una grande povertà emotiva anche tra i figli delle famiglie più agiate. Hanno tutto dal punto di vista materiale, ma spesso manca il rapporto umano. E sono proprio quei ragazzi che un domani diventeranno dirigenti, professionisti, amministratori. Io credo che molti fenomeni di violenza giovanile derivino proprio da una mancanza di relazione con sé stessi e con gli altri. L'arte, non solo la musica ma anche il teatro, può intervenire proprio lì.
Cosa offre la musica di diverso rispetto ad altre forme di aggregazione come lo sport?
Lo sport è importantissimo, ma resta una competizione. La musica, invece, è collaborazione. Una band non esiste contro un'altra band. Si costruisce insieme. Più si è in armonia con gli altri, migliore sarà il risultato. È un'esperienza completamente diversa e sviluppa autodisciplina, ascolto reciproco e capacità di lavorare insieme.
Il festival "Come suona il caos" si svolgerà presso il Centro Ciro Colonna. Perché avete scelto proprio questo luogo?
Perché rappresenta perfettamente il senso del progetto. Il Centro prende il nome da Ciro Colonna, un ragazzo innocente ucciso dalla camorra durante un regolamento di conti. Ponticelli, oggi, è uno dei quartieri di Napoli che ricevono meno attenzione, nonostante esistano realtà straordinarie impegnate sul territorio, come i Maestri di strada, educatori che da decenni lavorano con un approccio indipendente. Collaboro con loro da tempo e mi sembrava importante fare il percorso inverso: non portare la periferia in centro, ma portare il centro della città in periferia, facendo conoscere uno spazio bellissimo che molti napoletani non hanno mai visto.
In questi anni ha visto cambiare davvero la vita di qualcuno grazie a questi percorsi?
Sì, ed è la soddisfazione più grande. Una ragazza che ho conosciuto quando aveva nove anni durante un laboratorio scolastico, oggi ne ha 18 ed è diventata la direttrice del gruppo di percussioni del Centro Ciro Colonna. Sono storie che dimostrano quanto sia importante offrire occasioni. La criminalità cresce dove esistono povertà, isolamento e mancanza di prospettive. È un po' quello che succede con i miei strumenti riciclati: li recupero dalla spazzatura e diventano musica. Lo stesso vale per le persone. Troppo spesso vengono giudicate soltanto perché provengono da un quartiere difficile. Ma basta offrire loro un'opportunità perché possano esprimere tutto il loro potenziale. Se qualcuno dà fiducia a qualcosa che sembra destinato a essere scartato, quella cosa può rivelare un valore straordinario.
























