Studiosi inglesi (Università di West London e Brighton) di grande rilievo riguardo le culture politiche contemporanee, le cui pubblicazioni si incentrano particolarmente sul futuro del lavoro e i suoi legami con welfare e clima, Helen Hester e Will Stronge sono autrice e autore di La società del post- lavoro (pp. 240, euro 20), appena pubblicato da DeriveApprodi nella collana “Infedeli” diretta da Francesca Coin, che aggiunge così un altro titolo prezioso alla sua importante ricerca sul mondo del lavoro contemporaneo, e su quello che verrà.

Uscito nel Regno Unito lo scorso anno e tradotto in maniera impeccabile, malgrado la specificità dei contenuti, da Maria Luce Breccia (titolo originale Post-work: What It Is, Why It Matters and How We Get There), il libro offre davvero numerosi spunti a chi si immerge nella sua lettura.

Soprattutto ponendo questioni che inevitabilmente coinvolgono l’esistenza di ciascuno, come ben indicano i tre verbi scelti per il sottotitolo al volume: ridurre, valorizzare e redistribuire. Sono infatti questi i temi attorno cui ruotano i cinque capitoli e le conclusioni che compongono il testo e che, va da sé, toccano nervi scoperti e ferite sempre aperte nella crisi politica e sociale che l’intera comunità internazionale sta attraversando.

D’altronde, che la riduzione del lavoro sia uno degli argomenti fondamentali per la costruzione di una società diversa, più equa e maggiormente vivibile, ormai è argomento consueto per chiunque abbia un minimo di spirito critico rispetto alla quotidianità che siamo costretti a vivere, per chi abbia la fortuna di avere un lavoro.

Ed è proprio qui che iniziano a scardinarsi alcuni assunti dati ormai da tempo per assodati e incontrovertibili: siamo proprio convinti che avere un lavoro, un lavoro sicuro e adeguatamente retribuito, sia una fortuna? Siamo certi che il tempo sottratto alla nostra individualità non sia un furto alla nostra stessa persona? E le retribuzioni sono adeguate rispetto a cosa, a quale modello esistenziale, deciso da chi? I più realisti del re non ammetterebbero nemmeno interrogativi del genere, eppure c’è molto di cui discutere.

In primis i due autori ci invitano a rifiutare l’etica del lavoro tradizionale, costruita soprattutto negli ultimi negli ultimi due secoli, rifiutare “l’idea che il lavoro sia un bene in sé, o almeno sia tra le attività più virtuose che una persona possa intraprendere” (pag. 13).

Seguendo l’analisi di un’altra studiosa, Kathy Weeks, e richiamando direttamente Il nuovo spirito del capitalismo di Luc Boltansky (allievo di Pierre Bourdieu) ed Ève Chiapello, apparso in Italia nel 2014 grazie a un altro editore di rilievo come Mimesis, l’invito è quello di ribaltare la prospettiva dominante, per spingerci verso un futuro del lavoro in cui, per paradosso, il lavoro perda progressivamente la sua centralità, in senso sia collettivo sia individuale. Utopia? Può darsi (nel capitolo 5 si passano in rassegna proprio le diverse “utopie post-work, in contrapposizione alle accuse di irrealismo”). Visione distorta e ideologica della realtà? Tutto da vedere.

Perché il post-work, non più inteso come “dopolavoro fascista”, bensì quale liberazione da nuove forme di schiavismo ben oliate in tutto il mondo nell’ultimo mezzo secolo, comincia ad avere strumenti di applicazione ben riconoscibili a partire dal concetto di reddito di base, che implica un criterio di tassazione ben diverso dagli attuali, finalizzato a una redistribuzione delle ricchezze che riducano diseguaglianze e povertà, sino a un utilizzo delle tecnologie sempre più consapevole e mirato, che non sfugga al controllo umano, ma che proprio in virtù di tale controllo contribuisca a guadagnare tempo per noi stessi, eliminando fatiche e apprensioni troppo spesso inutili, e al servizio dei pochi potenti che organizzano l’intera macchina produttiva.

Nelle conclusioni, il futuro del post-work ipotizza una discussione per la possibilità di costruire “coalizioni sociali possibili”, alcune già in avvio, tra movimenti dei lavoratori, quelli ecologisti e femministi, e altri ancora. Perché sono le trasformazioni nocive del mondo ad averci condotto in questa crisi globale, ma niente è per sempre.

Chiusa l’ultima pagina, l’istinto torna a una dichiarazione televisiva di Carmelo Bene, commento al solito provocatorio sulla fine del decennio Settanta, quando le proteste si sollevavano ancora alte, soprattutto tra le allora nuove generazioni: “Lo scandalo non è che i giovani non abbiano lavoro, lo scandalo è che chiedano di lavorare”, pronunciò beffardo, il volto scanzonato. La vita può essere altro, e le sorti progressive in atto, se ben spese, possono aiutarci a raggiungerla.