Dopo settimane di pressing da parte dei sindacati, che avevano minacciato di autoconvocarsi a Palazzo Chigi se entro il 15 luglio non fosse stato fissato un incontro, il governo rompe il silenzio e convoca il tavolo permanente sull’ex Ilva. L’appuntamento è per martedì 28 luglio, alle 11, nella sala verde della presidenza del Consiglio.

La tensione sull’ex Ilva, però, resta altissima. La produzione di acciaio rimane esigua (appena due milioni di tonnellate su base annua), la cassa integrazione coinvolge migliaia di lavoratori, la gran parte degli impianti di Taranto è inattiva (l’altoforno 1 è ancora sequestrato dall’incendio del maggio 2025). E gli aiuti pubblici stanno finendo: a breve lo Stato erogherà gli ultimi 140 milioni del “prestito ponte” autorizzato mesi fa dalla Ue per consentire il passaggio della società al privato.

Taranto: decarbonizzazione a rischio

Ad alimentare le preoccupazioni sul futuro è arrivato anche il disegno di legge 107/2026 sulla decarbonizzazione. L’articolo 3 trasferisce dal ministero dell’Ambiente al ministero delle Imprese le risorse inizialmente destinate alla realizzazione dell’impianto Dri di Taranto (ossia l’impianto che sostituisce i tradizionali altiforni a carbone), considerato un elemento chiave per la riconversione ambientale dello stabilimento. Con questo trasferimento le risorse sarebbero svincolate dalla decarbonizzazione del siderurgico di Taranto e inserite in un contesto più generale.

“L’unica decisione presa dal governo è di cancellare la decarbonizzazione e utilizzare le risorse rimaste, poco più di 600 milioni, senza alcun reale criterio”, commenta il coordinatore nazionale siderurgia Fiom Cgil Loris Scarpa: "Avevamo proposto che Dri Italia potesse essere la società pubblica che si occupasse del futuro dell’ex Ilva, ma il governo fa l’esatto contrario. Anche su questo punto chiederemo spiegazioni nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi”.

Alle critiche di sindacati ed enti locali (in primis, la Regione Puglia), il governo ha risposto che “non si tratta di risorse del Just Transition Fund, che restano nella piena disponibilità di Taranto. Non si tratta più neppure di risorse Pnrr, perché la dotazione originaria è stata sostituita con risorse della coesione nazionale per evitarne la perdita. Tali risorse restano comunque destinate alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica, processo che vede Taranto come il solo polo nazionale ancora da trasformare”.

Vendita: prende quota l’ipotesi Jindal

Sulla cessione del gruppo siderurgico si è registrata in questi ultimi giorni un’ennesima novità. Il fondo d’investimento statunitense Flacks Group, con il quale era stato avviato il negoziato in via esclusiva, sembrerebbe non aver fornito le garanzie finanziarie necessarie per l’acquisizione (il piano prevedeva cinque miliardi di investimenti, una produzione di quattro milioni di tonnellate, 8.500 assunti con proiezione a 10 mila e la presenza iniziale dello Stato al 40 per cento nella nuova società).

Un’interpretazione però rigettata dal fondo Usa. “Stiamo lavorando – ha detto il 10 luglio l’investitore Michael Flacks – a un piano articolato di rilancio industriale insieme a partner come Metinvest Adria e Danieli. L’obiettivo è preservare l'intera capacità produttiva di Taranto, salvaguardare gli attuali livelli occupazionali e sviluppare la produzione di acciai ad alto valore aggiunto”.

Riprende quota, dunque, l’ipotesi Jindal. Il piano industriale del gruppo indiano (che si era già affacciato ai tempi del primo bando dell’estate 2024) prevederebbe però il taglio di circa 4 mila dipendenti (cui 3.500 a Taranto), da destinare alla cassa integrazione. La produzione si limiterebbe a due milioni di tonnellate, importandone quattro milioni dall’acciaieria dell’Oman per farli poi lavorare a Taranto.

“Leggiamo dai giornali che il governo sta pensando di cedere l'azienda a Jindal”, afferma il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma: “Su questa eventuale cessione noi non abbiamo alcun tipo di garanzia sulla presenza pubblica, né sul piano industriale e nemmeno sul mantenimento dell’occupazione. Per noi, questo modo di lavorare è assolutamente inaccettabile”.

Da registrare anche la forte presa di posizione degli industriali. “È devastante pensare che il governo possa prendere in considerazione la cessione di uno stabilimento che è un asset fondamentale per il nostro Paese”, argomenta il presidente Federmeccanica Silvano Bettini: “Non si può pensare di cederlo per un euro agli indiani e poi dargli quasi tre miliardi per il rilancio. Non si può fare un regalo così, non possiamo permettere che l’Ilva non sia più italiana”.