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Il XXV Rapporto annuale dell’Inps offre una fotografia puntuale dello stato del Paese e del sistema di welfare. Dai dati emerge con chiarezza un messaggio che la Cgil sostiene da tempo: il futuro della previdenza pubblica non dipende esclusivamente dalle regole di accesso alla pensione, ma dalla qualità del lavoro, dall’andamento dei salari e dalla possibilità per milioni di persone di costruire carriere lavorative stabili e continue.
I dati sull’occupazione non devono trarre in inganno. Se cresce il numero degli occupati ma aumentano anche il lavoro povero, la precarietà, i bassi salari e le carriere discontinue, non si rafforza la sostenibilità della previdenza. Al contrario, si rischia di costruire oggi le pensioni insufficienti di domani. Per questo il Rapporto conferma che la vera sfida non è soltanto creare occupazione, ma creare lavoro stabile, ben retribuito e tutelato, perché nel sistema contributivo la pensione si costruisce lungo l’intera vita lavorativa.
Meno pensioni anticipate: il prezzo dell’assenza di flessibilità
Nel 2025 le nuove prestazioni pensionistiche liquidate dall’Inps sono diminuite del 3,2 per cento, attestandosi a poco più di 1,5 milioni. La riduzione riguarda soprattutto le pensioni anticipate (-5,9 per cento), mentre quelle di vecchiaia rimangono sostanzialmente stabili.
Al 31 dicembre 2025 i pensionati sono circa 16,4 milioni e la spesa pensionistica raggiunge i 371 miliardi di euro, in aumento principalmente per effetto della rivalutazione degli assegni e non per una crescita del numero delle pensioni. L’età media di pensionamento è pari a 64,7 anni, mentre chi accede alla pensione anticipata ha mediamente oltre 42 anni di contribuzione.
“Questi dati dimostrano che negli ultimi anni si è scelta la strada di restringere progressivamente tutti gli strumenti di flessibilità in uscita, rendendo sempre più difficile l’accesso alla pensione anticipata”, commenta il responsabile Politiche previdenziali Cgil nazionale Ezio Cigna: “La vicenda di Opzione Donna è emblematica: si è praticamente cancellata una misura che le lavoratrici finanziavano interamente, accettando una pensione più bassa pur di poter scegliere quando lasciare il lavoro. Non era un privilegio, ma uno strumento di flessibilità fondato su una scelta consapevole. Oggi anche questa possibilità è stata sostanzialmente eliminata”.
Salari e pensioni: la stessa sfida
Il Rapporto conferma che la qualità delle pensioni di domani dipenderà dalla qualità del lavoro di oggi. Nel 2025 i lavoratori dipendenti pubblici e privati iscritti all’Inps, esclusi gli operai agricoli e i lavoratori domestici, sono stati 21,045 milioni, con una retribuzione media annua di 27.649 euro, in aumento del 3,6 per cento rispetto al 2024 e del 14,5 rispetto al 2019. Tuttavia, nello stesso periodo l’inflazione è cresciuta tra il 18,2 e il 20,5 per cento, determinando una perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni.
Il Rapporto conferma quindi che la questione salariale rappresenta anche una questione previdenziale. In un sistema contributivo, infatti, la pensione viene calcolata sull’intera vita lavorativa e contributiva della persona: ogni anno caratterizzato da salari bassi, precarietà, part-time involontario o periodi di disoccupazione produce effetti permanenti sull’importo della pensione futura.
“È questo il punto centrale che emerge dal Rapporto”, sottolinea Cigna: “La sostenibilità della previdenza non si costruisce aumentando continuamente l’età pensionabile o restringendo i requisiti di accesso, ma creando occupazione stabile e di qualità, aumentando i salari e contrastando la precarietà”.
Il responsabile Cgil evidenzia che “nel sistema contributivo lavoro e pensione sono inscindibili: se durante l’intera vita lavorativa si percepiscono salari bassi o si alternano periodi di lavoro e inattività, inevitabilmente anche la pensione sarà più bassa. Per questo la vera riforma delle pensioni passa innanzitutto dal rilancio del lavoro e dalla crescita delle retribuzioni”.
Le donne continuano a pagare il prezzo delle disuguaglianze
Il Rapporto conferma come il divario pensionistico sia la naturale conseguenza delle disuguaglianze presenti nel mercato del lavoro. Le donne rappresentano il 51 per cento dei pensionati, ma percepiscono soltanto il 44 per cento del reddito pensionistico complessivo. Le pensioni di vecchiaia femminili si fermano mediamente a 880 euro mensili contro i 1.272 euro degli uomini.
Anche le carriere contributive evidenziano questo squilibrio: gli uomini arrivano mediamente alla pensione di vecchiaia con oltre 31 anni e mezzo di contributi, le donne con poco più di 25 anni e mezzo. Pesano salari inferiori, maggiore diffusione del part-time e un carico di lavoro di cura ancora largamente concentrato sulle donne.
“Le disuguaglianze pensionistiche non nascono al momento del pensionamento”, osserva Cigna: “Si costruiscono durante tutta la vita lavorativa. Per questo una vera riforma previdenziale deve essere accompagnata da politiche capaci di aumentare l’occupazione femminile, ridurre il divario salariale e riconoscere concretamente il valore del lavoro di cura, che spesso si scarica sulle donne”.
Giovani: senza lavoro stabile non ci saranno pensioni dignitose
La situazione delle nuove generazioni rappresenta una delle principali criticità evidenziate dal Rapporto. Precarietà, bassi salari e carriere discontinue rischiano di tradursi in pensioni inadeguate, mettendo in discussione il principio stesso dell’adeguatezza della previdenza pubblica.
“La vera emergenza riguarda i giovani», afferma il dirigente sindacale: “Non possiamo accettare che il lavoro precario di oggi produca la povertà previdenziale di domani. È necessario introdurre una pensione contributiva di garanzia, ma soprattutto creare un mercato del lavoro capace di offrire occupazione stabile, salari adeguati e prospettive di crescita professionale”.
Demografia e occupazione: le vere sfide del Paese
Il Rapporto rimarca come l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite rappresentino una delle principali sfide per il futuro della previdenza. Una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, efficaci politiche di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro e servizi adeguati per l’infanzia possono contribuire ad aumentare l’occupazione e a contrastare la crisi demografica.
Accanto a questo assume un’importanza crescente anche il contributo dei lavoratori stranieri, che rappresentano ormai circa un occupato su sette e contribuiscono in maniera determinante al finanziamento del sistema previdenziale.
La riforma che serve
Il XXV Rapporto annuale dell’Inps, dunque, conferma che lavoro e previdenza sono due facce della stessa medaglia. La sostenibilità del sistema pensionistico non si garantisce rinviando continuamente l’età pensionabile o restringendo gli strumenti di flessibilità in uscita. Si costruisce ampliando la base occupazionale, aumentando i salari, riducendo la precarietà, sostenendo l’occupazione femminile, offrendo ai giovani opportunità di lavoro stabile e rafforzando la capacità del sistema produttivo di creare occupazione di qualità.
“Se il lavoro è povero, precario e discontinuo, anche le pensioni saranno inevitabilmente povere”, conclude Cigna: “Il Rapporto Inps conferma che la vera sfida del nostro Paese non è intervenire continuamente sui requisiti pensionistici, ma costruire un mercato del lavoro capace di garantire occupazione stabile, salari dignitosi e carriere contributive continue. Solo così sarà possibile assicurare pensioni adeguate alle future generazioni e rafforzare, nel tempo, la sostenibilità del nostro sistema previdenziale”.


























