Il mercato del lavoro italiano cresce, ma resta molto fragile. I salari recuperano poco rispetto al terreno perso con l’inflazione, così oltre 11 milioni di persone sono a rischio povertà. Sempre più famiglie faticano a sostenere le spese energetiche, emntre milioni di persone rinunciano ad avere figli per ragioni economiche e lavorative.

È questa la foto scattata dal Rapporto annuale 2026 dell’Istat, presentato oggi, 21 maggio alla Camera dal presidente dell’istituto, Francesco Maria Chelli. Un'immagine che restituisce un Paese che continua a crescere lentamente ma che resta segnato da precarietà, disuguaglianze territoriali e perdita di potere d’acquisto.

Due lavori su tre sono “vulnerabili”

Secondo l’Istat, il mercato del lavoro italiano prosegue una certa “fase di espansione”: nel 2025 il tasso di occupazione raggiunge il 62,5%, oltre tre punti sopra i livelli pre-pandemia, e la disoccupazione scende al 6,1%.

Ma dietro i semplici numeri restano elementi strutturali di estrema fragilità. Il tasso di occupazione italiano continua a essere il più basso dell’Unione europea, distante quasi nove punti dalla media Ue. Soprattutto, il lavoro che si crea continua spesso ad avere caratteristiche di precarietà.

La quota dei non occupati che riesce a trovare un impiego è scesa al 5,9%, contro il 12,3% registrato tra il 2021 e il 2022. E nel 67% dei casi si tratta di lavoro “vulnerabile”: contratti a termine o part time involontario. I lavoratori vulnerabili, così, superano ancora i quattro milioni e rappresentano il 17% degli occupati.

L’occupazione invecchia

L’aumento dell’occupazione, rileva inoltre l’Istat, è stato trainato soprattutto dagli over 50. Tra il 2019 e il 2025 il tasso di occupazione dei 50-64enni è cresciuto di oltre cinque punti percentuali. Nel 2025 le persone con più di 50 anni rappresentano circa il 42% degli occupati italiani. Un dato che, secondo il rapporto, riflette anche l’invecchiamento della forza lavoro.

L’Istat avverte che questo processo rischia di frenare innovazione e trasformazione produttiva. Intanto l’uso dell’intelligenza artificiale nelle imprese è triplicato tra il 2023 e il 2025, ma metà delle piccole e medie imprese segnala la mancanza di competenze adeguate come principale ostacolo.

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Salari ancora sotto i livelli del 2019

Le retribuzioni contrattuali nel 2025 mostrano un recupero reale per il secondo anno consecutivo, ma non basta a compensare le perdite accumulate negli ultimi anni. Secondo l’Istat, infatti, dal 2019 resta una perdita di potere d’acquisto pari all’8,6%.

E le tensioni internazionali, a partire dal conflitto in Medio Oriente e dall’aumento dei prezzi energetici, potrebbero aggravare nuovamente la situazione. Anche il ceto medio continua a mostrare segnali di difficoltà: il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con problemi economici.

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Oltre 11 milioni a rischio povertà

Nel 2025 le persone a rischio povertà sono 11 milioni, il 18,6% della popolazione. Un dato stabile rispetto all’anno precedente, ma che secondo l’Istat conferma “la persistenza di un’area di vulnerabilità economica ampia e strutturale”.

Cresce inoltre la povertà energetica: aumentano le famiglie che non riescono a sostenere i costi per riscaldare o raffreddare la casa, cucinare o utilizzare gli elettrodomestici essenziali.

Nel Mezzogiorno e nelle Isole si concentrano i dati peggiori. Nelle Isole il rischio povertà raggiunge il 35,4%, nel Sud il 30,5%. Più esposte anche le famiglie monogenitoriali con figli minori, dove il rischio sale al 36,3%.

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Cinque milioni senza proteine

Il rapporto segnala addirittura difficoltà alimentari. Nel 2025 sono 5,4 milioni le persone che non possono permettersi un pasto proteico adeguato.

L’incidenza è più che doppia nelle famiglie composte esclusivamente da cittadini stranieri: 19,1%, contro l’8,5% delle famiglie di soli italiani. Il rischio povertà supera il 33% per chi vive in nuclei con almeno una persona straniera.

Sei milioni di persone rinunciano ai figli

L’Istat, però, lega il crollo della natalità anche alle condizioni economiche e lavorative. Secondo il rapporto, 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ai figli desiderati. Tra le persone tra i 18 e i 49 anni che non prevedono di avere figli in futuro, oltre il 62% afferma di avervi rinunciato per motivi economici, lavorativi o sociali. Solo il 5,5% dice invece di non volere figli come scelta di vita.

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Donne in difficoltà

Il mercato del lavoro italiano, inoltre, presenta ancora notevoli divari di genere: nel 2025, circa la metà dell'occupazione femminile è concentrata in appena 17 professioni mentre la metà di quella maschile è concentrata in 43 professioni. Inoltre, le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retribuitivi più bassi rispetto ai colleghi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore (29,2 contro 26,9 mila euro), se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile (7,7 contro 5,9 mila euro).

Le donne, poi, dedicano al lavoro familiare quasi 4 ore e 45 minuti al giorno, contro poco più di 2 ore degli uomini. Il divario si è ridotto rispetto a vent’anni fa, ma resta forte soprattutto nel Mezzogiorno, dove le donne svolgono oltre il 76% del lavoro familiare complessivo.

L’Istat sottolinea anche il peso dei fattori culturali: l’asimmetria cresce nelle coppie in cui persiste l’idea che debba essere soprattutto l’uomo a garantire il sostegno economico della famiglia.

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Puntare sulle persone

"Nell'ultimo anno l'economia italiana ha mostrato segnali di resilienza in uno scenario globale complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da un'incertezza ormai persistente. Le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività, che potrebbe beneficiare di una maggiore intensità di conoscenza dei processi produttivi". È il commento del presidente dell'Istat, Francesco Maria Chelli.

"Una delle sfide chiave per il Paese si giocherà, del resto, sulla capacità di valorizzare il capitale umano di cui disponiamo e potremo disporre", aggiunge indicando in maggiori investimenti in istruzione, competenze digitali e innovazione "una condizione essenziale per la tenuta dei livelli occupazionali, il miglioramento delle condizioni salariali e, più in generale, il benessere collettivo".

"La sfida - per Chelli - è anche quella di evitare che le disuguaglianze sociali, economiche, sanitarie e territoriali si cristallizzino, agendo, oltre che su un maggiore investimento in istruzione, anche sul rafforzamento del capitale sociale, fattore di protezione contro i rischi di esclusione, ridotta mobilità sociale e minore benessere".sì, dai è più comodo