Tre anni dopo il naufragio del 26 febbraio 2023 davanti a Steccato di Cutro, la promessa di un cambio di rotta è una chimera. Come dieci anni prima, dopo la tragedia di Lampedusa, si disse “mai più”. Eppure il Mediterraneo continua a essere la rotta migratoria più letale. I numeri, ufficiali o stimati, fanno tremare i polsi: dal 2014 oltre 34.200 persone sono morte o disperse. Quasi 3.000 dopo Cutro. Nei primi mesi del 2026 almeno 606 vittime, a fronte delle 2.185 registrate nel 2025.

Cifre che parlano di continuità. Nulla è cambiato. A Cutro morirono 94 persone, tra cui 35 minori. La barca si spezzò a pochi metri dalla riva. Le immagini dei corpi e dei giocattoli riportati dal mare avrebbero dovuto segnare un punto di non ritorno. Non è stato così. Il Mediterraneo continua a restituire corpi senza vita

Soccorsi sotto accusa e politiche restrittive

Anche secondo Medici senza frontiere, un cambiamento non è mai arrivato: “Tre anni dopo continuiamo ad assistere a nuovi naufragi e a nuove morti in mare, in particolare nel Mediterraneo centrale. Cosa significa? Nulla è cambiato e le stragi in mare non si sono fermate”. Msf sottolinea che dopo il 26 febbraio 2023 “né le istituzioni europee né il governo italiano si sono mobilitati per riattivare un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo”, mentre sono state “penalizzate e criminalizzate” le iniziative della società civile.

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Anche Save the Children richiama l’attenzione sull’impatto delle scelte politiche sui più piccoli: “Ogni ritardo nei soccorsi, ogni ostacolo alle operazioni di ricerca e salvataggio, espone bambine, bambini e adolescenti a rischi gravissimi e inaccettabili. La protezione della vita deve essere la priorità assoluta”. Un richiamo che pesa, considerando che oltre un terzo delle vittime di Cutro erano minorenni.

Le misure adottate dopo la strage hanno inciso soprattutto sulle ong impegnate nei salvataggi: obbligo di dirigersi immediatamente verso il porto assegnato dopo un solo intervento, assegnazione di scali lontani, sanzioni e fermi amministrativi. Il più recente disegno di legge prevede perfino l’interdizione fino a 6 mesi dalle acque territoriali. “Una misura che rischia di ostacolare ulteriormente un obbligo sancito dal diritto internazionale: salvare vite umane in mare”, avverte Msf.

Quei 26 minuti e le 6 ore decisive

Il terzo anniversario di Cutrio, però, coincide anche con la quarta udienza del processo per il naufragio. Sei militari sono imputati. In aula si è tornati sui 26 minuti trascorsi tra le chiamate dei pescatori che segnalavano il ribaltamento del caicco e l’ordine di uscita del pattugliatore, e sulle 6 ore intercorse tra l’avvistamento di Frontex e l’affondamento. Sono emersi riferimenti a comunicazioni interne nelle settimane successive, in cui si sarebbe discusso di una linea comune per giustificare i ritardi nei soccorsi.

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Fuori dal tribunale di Crotone, associazioni e movimenti hanno manifestato per “rompere il silenzio”, con l’adesione, tra gli altri, di Amnesty International, Emergency e Arci. La richiesta è che Cutro non venga archiviata come fatalità, ma riconosciuta come il risultato di scelte precise. “Chiedete almeno scusa”, è stata la richiesta dei familiari delle vittime, espressa chiaramente da Farzaneh Maliki, giovane afgana che ha perso due zii e tre cugini.

“Siamo stanchi di tutta questa morte, sofferenza e ingiustizia. Siamo venuti in Europa – ha detto – in cerca di sicurezza e di una vita dignitosa, in Paesi che si definiscono culle della democrazia e dei diritti umani. Ma oggi assistiamo alla morte dei nostri cari in mare. Una morte che avrebbe potuto essere evitata. Una morte causata da negligenza e indifferenza”.

La memoria contesa

In realtà, la memoria di Cutro, oltre a non avere effetti concreti, pare generare anche tensioni, che si sono riflesse anche nelle scuole. Nelle scorse settimane , l’Istituto Barlacchi-Lucifero di Crotone aveva organizzato una giornata dal titolo “Steccato di Cutro, una ferita aperta, il valore dell’umanità”, con l’istituzione di una borsa di studio dedicata alle vittime. L’iniziativa è stata però annullata per “mancato contraddittorio”, in applicazione della circolare del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sulla cosiddetta par condicio negli incontri scolastici.

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Un cortocircuito, una follia, tanto che dopo le contestazioni di sindacati e associazioni hanno determinato il dietrofront del preside. "Ho chiesto ai miei uffici di chiedere a Cgil di ampliare il dibattito. Successivamente c'è stato un errore interpretativo a livello amministrativo di cui mi rammarico e mi rendo immediatamente disponibile per la celebrazione dell'evento". Ma il caos intorno alal vicenda lascia comunque attoniti.

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Una ferita ancora aperta

Cutro, insomma, resta una frattura tra memoria e politica, una ferita aperta e non lenita. I numeri dimostrano che il Mediterraneo non è diventato più sicuro e che la deterrenza continua a prevalere sulla protezione. Tre anni dopo, il “mai più” pronunciato sulle spiagge calabresi suona come un impegno mancato. E il prezzo, ancora oggi, si misura in vite perdute.

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“Abbiamo ancora negli occhi la spiaggia di steccato di Cutro, una strage su cui non ci si può stancare di chiedere verità e giustizia. Quella di oggi non è una celebrazione quando la memoria di quelle morti è rinnovata dai corpi di donne, uomini e bambini che il mare sta restituendo nelle spiagge in questi giorni ancora in Calabria e Sicilia”. A dirlo è la segretaria confederale della Cgil Maria Grazia Gabrielli

“L’Italia e l’Europa non possono non vedere, non possono ripudiare la centralità dei diritti umani che è il messaggio che lancia ancora oggi quella strage che è strage continua, silenziosa e silenziata – continua Gabrielli -. E invece, nulla è riuscito ad invertire l'approccio alle politiche governative sull'immigrazione; le parole d’ordine e di propaganda restano quelle della sicurezza dei confini, dell’emergenza, dei respingimenti”.

“È di queste ore – continua la dirigente sindacale -, l’ennesimo pacchetto sicurezza pubblicato in Gazzetta Ufficiale dove si interviene in materia di asilo e protezione internazionale, con un ulteriore giro di vite su identificazione, respingimenti, rimpatri, trattenimento e deroghe per realizzare e gestire i Cpr”.

"È una deriva delle misure che non può che preoccuparci perché porta a piegare, in nome dell’emergenza e della sicurezza, anche principi della Costituzione e delle convenzioni internazionali – conclude Gabrielli –. Nessun altro intervento se non a carattere securitario, abrogate le parole inclusione, integrazione, accoglienza, cittadinanza come se queste fossero incompatibili con la costruzione di politiche migratorie capaci di garantire anche legalità, convivenza, sicurezza”.