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Il cambiamento climatico e la crescente severità degli eventi meteo non sono più un’ipotesi futura, ma un’emergenza quotidiana. Le alte temperature registrate già a fine maggio, con picchi fino a 35°C sotto il sole, confermano l’urgenza di intervenire per tutelare lavoratrici e lavoratori esposti al caldo estremo. Nei cantieri, nei campi e sulle strade dei Comuni lombardi, migliaia di persone lavorano quotidianamente esposte al calore, spesso svolgendo mansioni pesanti e faticose per ore, soprattutto nelle fasce più calde della giornata.
Una condizione che, per la Cgil Lombardia, non è accettabile e deve essere affrontata con strumenti chiari, immediati ed esigibili. “A queste migliaia di lavoratrici e lavoratori che in questo momento si trovano esposti a condizioni climatiche estreme va il nostro pensiero – dichiara Giulio Fossati, segretario regionale della Cgil Lombardia –. Nei giorni scorsi siamo arrivati già a fine maggio a 35°C sotto il sole. È evidente che chi lavora all’aperto, in attività pesanti e faticose, deve essere tutelato. Non possiamo considerare normale che si lavori per ore sotto il sole cocente, mettendo a rischio la salute e la sicurezza”.
Il 22 aprile scorso, in occasione della cabina di regia in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro presso Regione Lombardia, la Cgil ha chiesto di emanare anche per il 2026 l’ordinanza regionale caldo. Regione Lombardia aveva adottato per la prima volta questo provvedimento nel 2025, ma soltanto il 30 giugno, quando le temperature elevate e le radiazioni solari più forti avevano già esposto lavoratrici e lavoratori a condizioni di rischio.
“Quest’anno chiediamo che l’ordinanza venga emanata con largo anticipo – prosegue Fossati –. “Chiediamo la sospensione delle attività all’aperto a elevato sforzo fisico nelle ore più calde della giornata e l’applicazione di tali misure nei territori in cui il portale scientifico Worklimate segnala un rischio alto. Non bisogna attendere che l’emergenza sia già esplosa per intervenire”. La richiesta riguarda in primo luogo le attività all’aperto, ma la tutela deve essere più ampia. Anche negli ambienti al chiuso, infatti, molte lavoratrici e molti lavoratori operano in condizioni di stress da calore. Per questo la Cgil Lombardia chiede a tutte le aziende di applicare pienamente le misure di tutela previste, intervenendo sull’organizzazione del lavoro, sulla rimodulazione dei turni, sulle pause, sull’accesso all’acqua, sulla formazione e sui dispositivi di protezione.
“Le linee guida sono importanti, ma restano raccomandazioni – sottolinea Fossati –. Non possono dipendere solo dal buon senso del datore di lavoro o dal sistema di protezione aziendale. L’ordinanza, invece, introduce un obbligo chiaro, immediato e uguale per tutti. La burocrazia ha tempi troppo lunghi rispetto all’urgenza di un colpo di calore: quando il rischio è vitale, serve la certezza del diritto, non la discrezionalità delle singole aziende”.
A questa preoccupazione si aggiunge quella della Fillea Cgil Lombardia per i settori delle costruzioni e delle cave. “Nei cantieri all’aperto e nelle cave le condizioni di lavoro con queste temperature mettono i lavoratori fortemente a rischio di colpi di calore, malori e infortuni. Stiamo sollecitando unitariamente anche le associazioni datoriali perché si facciano carico assieme a noi dei provvedimenti da richiedere. Non dobbiamo aspettare che accadano disgrazie per intervenire, dobbiamo fare prevenzione con tutti i mezzi possibili”, sostiene Katiuscia Calabretta, segretaria generale di Fillea Cgil Lombardia.
Per la Cgil Lombardia l’ordinanza regionale deve integrarsi con le misure esistenti e offrire uno scudo protettivo immediato, attuale, efficace ed esigibile per tutte e tutti, anche con il supporto delle organizzazioni sindacali. Le imprese più grandi e strutturate spesso utilizzano la Cassa Integrazione Ordinaria per eventi meteo o rimodulano i turni. Il vero dramma, però, si consuma nella galassia dei subappalti, nei piccoli cantieri edili e stradali, nell’agricoltura, tra i lavoratori autonomi e nella logistica. Senza un provvedimento della Regione, queste persone rischiano di essere lasciate sole davanti a un ricatto inaccettabile: scegliere se mettere a repentaglio la propria salute sotto il sole cocente o rinunciare al reddito di una giornata.
“Una regione che si definisce eccellente come la Lombardia non può tollerare che la salute pubblica sia subordinata alle logiche di profitto o alla mancanza di tutele – conclude Fossati –. Formazione e dispositivi di protezione individuale sono essenziali, ma l’ordinanza è lo strumento aggiuntivo indispensabile che fa la differenza dove i controlli non arrivano. Chiediamo a Regione Lombardia di emanare questa ordinanza e di fermare le attività lavorative nelle ore più calde e a rischio. È un dovere”.
La Cgil chiede quindi a Regione Lombardia di assumere un impegno concreto e tempestivo, rendendo l’ordinanza caldo uno strumento effettivo e periodico, aggiornabile nel tempo, ma non più dipendente dall’emergenza del momento. Non si può attendere ogni anno che le temperature diventino insostenibili per intervenire. “Siamo sicuri che Regione Lombardia non rimarrà indifferente a questa richiesta – aggiunge Fossati –. Crediamo che possa assumere l’impegno di rendere l’ordinanza uno strumento stabile di prevenzione, capace di tutelare davvero lavoratrici e lavoratori negli anni a venire”.


























