Ci sono processi che arrivano tardi e processi che arrivano in silenzio. Quello di Cutro riesce nell’impresa doppia. Tre anni per cominciare, porte chiuse per continuare. La giustizia italiana, quando incontra il mare, scopre una vocazione monastica. Si entra in punta di piedi, si parla a bassa voce, si spengono le telecamere. Disturbano il raccoglimento.

L’aula off limits serve, ci spiegano, a garantire serenità. Serenità di chi? Di chi giudica o di chi viene giudicato? Di chi ha perso figli e fratelli o di chi rischia una carriera? La strage di Steccato di Cutro diventa un affare tecnico, quasi amministrativo. Un errore di composizione del collegio, una circolare, una richiesta da protocollare. Il dolore resta fuori, in sala d’attesa.

Alla stampa si concede un racconto preconfezionato, immagini gentili e audio autorizzati. Cronaca senza rughe, senza volti, senza storie. Una democrazia in playback. I processi di ’ndrangheta a Crotone hanno avuto luci accese e dirette. Qui no. Qui si muore in mare, meglio abbassare il sipario. Troppa esposizione rischia di incrinare la narrazione ufficiale.

Le ong entrano come parti civili, alcune restano fuori. Anche la solidarietà passa al setaccio. Gli imputati testimonieranno, i calendari scorrono, le udienze si fissano. Tutto ordinato, tutto composto. L’eccezione resta la verità, sempre considerata un elemento di disturbo, soprattutto quando parla a molti.

Cutro chiede tempo, rispetto, attenzione. Riceve ritardo, silenzio, burocrazia. Il processo inizia, il Paese è invitato a non guardare. D’altronde è solo una strage. Di quelle che si ricordano meglio quando nessuno le vede.