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I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici parlano di “para-schiavismo” per definire la situazione in cui versano i circa 400 operai che si sono alternati per la costruzione del nuovo consolato generale americano di Milano di piazzale Accursio. La valutazione è contenuta nel decreto di controllo giudiziario d’urgenza per la Caddell Construction, la divisione italiana dell’azienda americana che si è aggiudicata l’appalto da 200 milioni di dollari per i lavori.
“Gli operai sono costretti a lavorare con turni massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento e quindi di rientrare nel loro paese d’origine, se non sottostanno a condizioni lavorative degradanti e sottopagate, non potendosi nemmeno ribellare perché ricattabili e controllati”, si legge. Dall’analisi delle buste paga di decine di lavoratori, per lo più indiani, emerge una paga oraria al di sotto dei 2 ore all’ora.
Condizioni di sfruttamento estremo: 2 euro l’ora la paga
Sei giorni su sette e una giornata lavorativa lunga fino a 12 ore per una busta paga netta di circa 600 euro. È quanto percepivano gli operai, in gran parte indiani, sentiti nell’inchiesta della Procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario per Caddell Construction, il colosso americano la cui divisione italiana sta realizzando il nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano, cantiere da 200 milioni di dollari sull'area dell’ex Tiro a segno di piazzale Accursio. Dalla visione della busta paga emerge una paga oraria di 4 euro l’ora, ma il dato è in realtà dimezzato visto che dallo stipendio si vedono sottrarre 850 euro per vitto (in una struttura prescelta) e alloggio che il contratto poneva a carico del datore di lavoro. “Per questo motivo la retribuzione al netto delle somme restituite dal lavoratore è di 598 euro”, è il dato che i pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici segnalano nel provvedimento.
Gli operai indiani erano reclutati da una società indiana “a cui veniva corrisposta”, tra l’altro, da parte degli stessi “lavoratori reclutati la somma di circa 500.000 rupie”, una sorta di ‘pizzo’ per lavorare. Lavoratori che, poi, “venivano fatti arrivare, attraverso distacco, in Italia”.






















