Oggi, mercoledì 11 febbraio, il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo disegno di legge sull’immigrazione. Il testo è l'ennesima stretta messa in campo dal Governo Meloni. E si muove su due direttrici. Da un lato recupera alcune norme rimaste fuori dall'altrettanto discusso pacchetto sicurezza, dall’altro contiene la delega per l’attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo.

Meno ricongiungimenti, più respingimenti

Il capitolo più controverso resta, però, quello dei famigerati blocchi navali: interdizione dell’ingresso nelle acque territoriali fino a trenta giorni, prorogabili fino a sei mesi, in caso di rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie globali o grandi eventi. È un cavallo di ritorno per il governo Meloni, che periodicamente si riaffaccia nel dibattito pubblico. I migranti a bordo delle navi respinte potrebbero stavolta essere trasferiti nei cosiddetti “Paesi terzi sicuri” con cui l’Italia ha accordi.

Il ddl prevede inoltre una stretta sui ricongiungimenti familiari, sui minori non accompagnati e sull’applicazione dell’articolo 8 della Cedu relativo alla tutela della vita privata e familiare, così come la riorganizzazione del sistema di accoglienza. Nel testo elaborato dal governo a dicembre venivano delineati i presupposti per la riduzione o la revoca dei benefici, previste restrizioni alla libertà di movimento, introdotte misure di trattenimento e disciplinate le garanzie per minori e persone vulnerabili, insieme a strumenti dedicati all’integrazione e alla formazione.

Sul fronte delle espulsioni, invece, si punta ad ampliare i casi in cui il giudice può disporre l’allontanamento e a limitare il margine di intervento del magistrato nella convalida dei trattenimenti.

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Europa, sempre più fortezza

Ma è la definizione di “Paese sicuro” a tornare al centro del dibattito. Ieri, infatti, con 408 voti favorevoli, il Parlamento europeo ha approvato la creazione di una nuova lista Ue. Tra gli stati non pericolosi ci sono: Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Con un secondo voto (396 sì), ha dato il via libera anche al regolamento che rafforza l’applicazione del concetto di “Paese terzo sicuro”.

In concreto, le nuove norme permetteranno procedure accelerate per i cittadini di quei Paesi e renderanno più semplice dichiarare inammissibile una domanda di asilo se la persona ha transitato o avrebbe potuto chiedere protezione in uno Stato terzo ritenuto sicuro. Il ricorso non sospenderà automaticamente il rimpatrio, ma si tratta di un criterio che rischia di ignorare le condizioni concrete di accesso ai diritti, le prassi arbitrarie, le violenze documentate.

La centralità non sta più nell’ampliamento delle tutele, ma nella gestione accelerata e nell’esternalizzazione. L’Italia rivendica di aver impresso questa direzione. Una parte significativa del Parlamento europeo l’ha sostenuta. L'Europa è sempre più fortezza, e il risultato è un paradosso evidente. Più si chiudono le vie legali e più si accelera sulle inammissibilità, più aumenta il peso delle reti di trafficanti che, come ricorda l’Oim, continuano a prosperare su imbarcazioni inadatte alla navigazione, esponendo le persone a rischi estremi.

Diritto d’asilo a rischio 

"Di fatto, queste nuove norme aprono la strada a procedure di rimpatrio più rapide e conseguentemente più sommarie, determinando un profondo restringimento del diritto di asilo verso un sistema europeo fondato su respingimenti e detenzione dei migranti, in potenziale violazione di trattati e convenzioni internazionali”. È il commento di Peppe Scifo del Dipartimento Politiche immigrazione europee e internazionali della Cgil.

“Si introduce così una presunzione di sicurezza su scala sovranazionale – continua – , con ricadute peggiorative sulla posizione individuale delle persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale, limitando le garanzie procedurali finora esistenti. La scelta dei Paesi designati, la scarsa trasparenza dei dati su cui si fonda tale scelta e il disallineamento con le valutazioni di alcuni Stati membri confermano che la lista Ue rischia di accelerare le procedure in modo sommario e di compromettere l’effettività della tutela giurisdizionale dei richiedenti asilo”.

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Intanto il Mediterraneo affonda

Non è quindi un caso che, mentre Bruxelles e Roma ridisegnano procedure e competenze, il Mediterraneo centrale continua a essere la rotta più letale al mondo, e continua a restituire corpi.

È sempre di ieri la notizia di un barcone, partito da al-Zawiya, che si è capovolto a nord di Zuwara, con almeno 53 morti, tra cui due neonati. Solo due donne nigeriane sono sopravvissute. Una ha perso il marito, l’altra i suoi due bambini. A confermare la tragedia è stata l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Morti che si sommano agli oltre mille ipotizzati nel solo mesi di gennaio.

Secondo i dati dell’Oim, i morti accertati il mese scorso sono almeno 375, ma i dispersi da settimane sono molti di più. Dall’inizio del 2025 si contano 1.300 migranti scomparsi accertati nel Mediterraneo centrale. L’ultimo naufragio porta ad almeno 484 il numero di morti o dispersi certi sulla rotta solo quest’anno.

Sono cifre che si intrecciano con un altro dato: nella settimana 2-8 febbraio sono arrivate in Italia 356 persone via mare, il 72% a Lampedusa, con un aumento del 199% rispetto alla settimana precedente. Dall’inizio dell’anno, però, gli arrivi risultano in calo del 56% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Numeri che il Viminale rivendica come prova dell’efficacia della linea restrittiva, ma che in realtà certificano la morte di chi è partito, ma non è mai arrivato. In questa situazione, se diminuiscono i salvati, aumentano vertiginosamente i sommersi.