“Siamo sanitari, non gangster”: è una delle scritte esposte durante il flashmob organizzato all'ospedale di Ravenna in risposta alle perquisizioni eseguite nei giorni scorsi nel reparto di malattie infettive e nelle abitazioni di sei medici dell’ospedale accusati di presunte falsificazioni di certificati per impedire l’invio nei Centri per il rimpatrio di alcuni migranti.

Alla manifestazione in solidarietà dei medici hanno partecipato colleghi, studenti, cittadini, oltre che Cgil e Fp Cgil Ravenna. “La salute è un diritto fondamentale di tutti (migranti compresi) non un reato”, “Significato di salute: benessere fisico, psichico e sociale, non semplice assenza di malattia o infermità”, “Il medico non giudica, non seleziona, non esclude, ma si prende cura”: questi gli slogan che sintetizzano le motivazioni della mobilitazione, organizzata, tra gli altri, dalla dottoressa Federica Giannotti, cardiologa all’ospedale di Ravenna.

Nel podcast Giannotti, precisando il suo rispetto per la magistratura che sta svolgendo le indagini, spiega che nelle modalità della vicenda “vi è stata un’aggressività inaudita” che ha diffuso “molta inquietudine, perché un’ingerenza del genere nella professione medica, nell’atto medico, non si era mai vista. È pesantissima e ha toccato umanamente le persone indagate, che si sono viste sconvolgere la vita”.

Il sentore è quello di un gesto politico, il timore è che si moltiplichino le indagini sul lavoro dei medici che si occupano dei migranti dopo gli sbarchi sempre frequenti a Ravenna come in molti porti italiani.

”In realtà è più che un timore – dice la dottoressa – perché sappiamo, ad esempio, che la Questura di Rimini si è rivolta all’azienda sanitaria proprio su spinta sempre del Viminale per fare pressione sul rilascio dei certificati”. Infine Giannotti non manca di ricordarci quali siano le condizioni psicofisiche di coloro che arrivano in Italia da altri Paesi dopo avere affrontato “viaggi per noi inimmaginabili”, che provano tanto la salute fisica quanto quella mentale.  

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