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Cuba brucia senza fiamme. Si spegne. Un’intera isola ostaggio di un serbatoio vuoto mentre il pianeta discute di transizione verde con il pieno fatto. All’Avana la corrente va e viene, più spesso va. I trasporti sono paralizzati, il cibo marcisce prima di arrivare, le medicine diventano reliquie. Il collasso ha un odore preciso, sa di benzina che manca. E quella tanica svuotata porta la firma di Washington.
La stretta voluta da Trump ha trasformato l’embargo in una morsa energetica. Niente rifornimenti in nove aeroporti. Le compagnie russe fermano i viaggi, il Canada sospende i voli. Il timore è elementare, non riuscire a decollare per tornare indietro. Il turismo, ultima flebo dell’isola, si ritira. Restano alberghi semivuoti e piste silenziose.
Il presidente americano parla di libertà mentre stringe il cappio. Una pedagogia a base di sanzioni, convinto che la fame acceleri la democrazia. Le strade dell’Avana, un tempo affollate, oggi sono quinte teatrali senza pubblico. Blackout, scaffali spogli, uragani che completano l’opera. Melissa ha lasciato morti e fango, la Casa Bianca aggiunge decreti.
Intanto compaiono posti di blocco per intercettare qualche litro nascosto. Pattuglie in cerca di serbatoi clandestini mentre negli appartamenti si improvvisano cure che un tempo spettavano agli ospedali. La sanità celebrata nei convegni ora sopravvive tra generatori spenti e farmacie deserte. La popolazione resiste per necessità, i vertici per inerzia.
Forse l’isola non esploderà, probabilmente continuerà a spegnersi lentamente. Ogni giorno si consuma tra file, candele, attese senza calendario. Il vero scandalo è il silenzio elegante dell’Occidente, capace di indignarsi a giorni alterni. Cuba resta lì, al buio. E noi discutiamo di lampadine.






















