Alla fine, i nodi vengono al pettine. A dicembre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva parlato di un risultato “storico”: quasi settemila rimpatri di cittadini stranieri irregolari nel 2025, con un aumento del 55 per cento rispetto al 2022. Un dato rivendicato come la prova di una “svolta” nella gestione dell’immigrazione. Ma quando il Viminale ha trasmesso i dati ufficiali a Eurostat, il totale si è fermato a 4.780 persone. Non settemila. Oltre duemila sotto la soglia annunciata in pubblico, quasi il 40 per cento in meno.

Nessuna svolta

In effetti, nei primi nove mesi del 2025, stando alle tabelle dell’Ufficio statistico europeo basate sui numeri forniti dallo stesso ministero dell’Interno, i rimpatri erano stati 3.510. Nell’ultimo trimestre, tra ottobre e dicembre, se ne sono aggiunti 1.270. Il totale annuale arriva così a 4.780. Per raggiungere il record evocato dal ministro sarebbe stato necessario un incremento senza precedenti proprio negli ultimi tre mesi dell’anno, un’accelerazione che non risulta nei dati ufficiali comunicati a Bruxelles.

Il confronto con gli anni precedenti mostra poi una continuità che contraddice ancora l’idea del record. Nel 2023 Eurostat registrava 3.270 rimpatri, poi rivisti dal Viminale a 4.743. Nel 2024 l’Ufficio europeo ne contava 4.480, mentre il ministero italiano parlava di 5.406. Anche considerando le revisioni “a consolidamento”, il numero dei rimpatri oscilla da anni in una fascia relativamente stabile, tra i 4mila e i 5.500 all’anno, con l’eccezione del 2019, quando si superarono le 6.500 espulsioni forzate. In media, tra il 2014 e il 2018, l’Italia effettuava circa 5.600 rimpatri annui. Oggi siamo sostanzialmente sugli stessi livelli.

Ma cos'è un rimpatrio?

Per comprendere il senso di questi numeri occorre però chiarire cosa sia davvero un rimpatrio. Esistono due modalità principali. La prima è il rimpatrio volontario assistito: la persona decide di rientrare nel Paese d’origine con il supporto logistico ed economico dello Stato e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Può ricevere assistenza per il viaggio, per i documenti e un contributo per il reinserimento. Si tratta di programmi finanziati in larga parte con fondi europei, come il Fondo asilo migrazione e integrazione. Negli ultimi anni, tuttavia, questi rientri hanno rappresentato una quota minima del totale. Nel 2023 sono stati appena 49, nel 2024 290, nei primi sette mesi del 2025 382. Numeri molto inferiori rispetto al periodo 2017-2018, quando superavano le ottocento o addirittura le mille unità.

La seconda modalità è il rimpatrio forzato, che consiste nell’accompagnamento coatto nel Paese di origine, di solito in aereo, dopo un provvedimento di espulsione. È una procedura complessa che richiede l’identificazione certa della persona, il rilascio dei documenti di viaggio, la cooperazione dello Stato di destinazione, la predisposizione di personale di scorta e la verifica delle condizioni sanitarie. Può prevedere, in attesa dell’esecuzione, il trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio fino a 120 giorni. Non possono essere rimpatriati forzatamente i minori, i richiedenti asilo in attesa di decisione, le persone a rischio di persecuzione o tortura, gli apolidi.

La soglia del 20 per cento

Il dato strutturale, spesso ignorato nel dibattito pubblico, è che solo una parte degli ordini di lasciare il territorio si traduce effettivamente in un rimpatrio. In Italia la percentuale si aggira attorno al 20 per cento, secondo la Corte dei Conti, 2022. Nel 2021, a fronte di oltre 25mila provvedimenti di espulsione, i rimpatri forzati sono stati poco più di 3.400: ce lo fa sapere lo stesso Viminale. Il resto delle persone rimane sul territorio, spesso in una condizione di irregolarità prolungata.

Ma non è un’anomalia solo italiana. Nel secondo trimestre del 2025, nell’Unione europea, sono stati emessi oltre 116mila ordini di rimpatrio e ne sono stati eseguiti circa 28mila. Poco meno di uno su quattro. E lo stesso vale per i due anni precedenti. Tra i paesi europei, solo la Germania ha incrementato in modo decisivo le operazioni. Nell'ultimo anno, Berlino ha triplicato il numero di rimpatri, arrivando a quasi 12.000 nel terzo trimestre del 2025. Ma si tratta sopratutto di migranti provenienti dai Balcani, quindi è molto semplice ed economico spostarli. Per tutti gli altri resta la soglia del 20%. Un problema, dunque, c'è e non è solo italiano: è strutturale.

Diplomazia canaglia

La ragione principale di questa distanza tra decisioni formali ed esecuzione concreta non è normativa ma diplomatica. Per rimpatriare un cittadino di un Paese terzo occorre che quello Stato ne riconosca la cittadinanza e accetti il rientro. Servono accordi di riammissione, procedure rapide per l’identificazione, collaborazione amministrativa. Dove questi accordi funzionano - come nel caso dei Paesi balcanici - i tassi di esecuzione sono più alti. Dove la cooperazione è fragile o intermittente, i rimpatri rallentano drasticamente.

Per l’Italia questo nodo è evidente. Negli ultimi anni, la Tunisia è stata il principale Paese di destinazione dei rimpatri forzati, arrivando a rappresentare oltre la metà del totale nel 2023. Anno in cui è stato firmato il memorandum d'intesa tra i Roma e Tunisi. Nel 2025 i rimpatri verso cittadini tunisini sono scesi sensibilmente, anche in coincidenza con la sospensione dei charter settimanali verso Tabarka. Quando s'inceppa la cooperazione con il principale Paese di riammissione, l’intero sistema si contrae.

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Una macchina costosa

Ovviamente, anche i costi incidono. Ogni rimpatrio forzato comporta spese per voli, scorte di polizia, personale sanitario e logistico. Nel 2020 l’Italia ha speso oltre 8 milioni di euro per le operazioni, una cifra in linea con gli anni precedenti. È una macchina amministrativa onerosa e lenta, difficilmente comprimibile oltre certi limiti senza una rete di accordi internazionali stabile e cooperativa.

Inoltre, l’Italia rimpatria quasi esclusivamente con modalità forzate, mentre in altri Paesi Ue una quota consistente è volontaria. Nel secondo trimestre del 2025, a livello europeo, il 53,7 per cento dei rimpatri è stato volontario. Come detto, in Italia la quasi totalità è forzata.

Sempre la stessa storia

Se si guarda agli ultimi dieci anni, però, emerge comunque una costante: i rimpatri crescono o diminuiscono di qualche centinaio di unità, ma restano all’interno di una forbice relativamente stabile. La media mensile è passata da circa 396 nel 2023 a 451 nel 2024 e a 495 nel 2025. Un aumento graduale, non una svolta.

Le differenze tra governi, al netto delle dichiarazioni, non sono radicali. Insomma, la distanza tra i 7.000 di Piantedosi e i 4.780 ufficiali non è soltanto una questione contabile. È una strategia. Da almeno dieci anni i rimpatri italiani si muovono dentro lo stesso perimetro, e la promessa ciclica di una “stretta decisiva” si scontra con una realtà, dati alla mano, sempre più difficile da nascondere.