C’era una volta il week end. E adesso non c’è più, o almeno non c’è per un lavoratore italiano su cinque, che esce di casa anche il settimo giorno, quello del riposo per antonomasia, in cui abbiamo la sensazione che tutto sia chiuso e tutto sia immobile. Per molti, invece, è un giorno come un altro.

È quanto emerge da un'elaborazione di Adapt, associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e le relazioni industriali, che ha preso in esame i dati Eurostat 2023, evidenziando come si tratti di un fenomeno strutturale e differenziato, che pone domande sulle condizioni di lavoro, la tutela degli addetti e l’equilibrio tra esigenze produttive e qualità della vita.

Più frequente di quanto si pensi

Stiamo parlando del 21,6 per cento dei dipendenti degli occupati complessivi. Un dato generale che però nasconde differenze sostanziali nella frequenza con cui questa attività viene svolta. Se si prende come base il totale di chi presta la propria attività la domenica, Il 26,85 per cento dichiara di farlo solo talvolta, mentre il restante 73,14 per cento è impegnato con maggiore regolarità: i primi rappresentano il 5,8 per cento degli occupati, mentre i secondi, gli abituali, raggiungono il 15,8 per cento.

Secondo una rilevazione ancora più recente, pubblicata da Eurostat nel maggio 2025un occupato su tre (il 30,9 per cento) lavora nel weekend, mentre la media europea, grazie ai Paesi del Nord più rigidi sulle regole, è del 22,4 per cento. Una percentuale che peraltro colloca l’Italia tra gli Stati comunitari con la maggiore incidenza per quel che riguarda i fine settimana lavorativi. E che diventa del 33,4 se si restringe il campo a quanti prestano servizio il sabato.

Dall’indagine di Adapt emerge anche una differenza di genere nell'intensità del fenomeno. Il 15,8 per cento sia degli uomini che delle donne lavorano abitualmente la domenica, ma l’intensità risulta leggermente più elevata per queste ultime: lavora abitualmente di domenica il 16,1 delle donne, a fronte del 15,6 degli uomini.

I settori in cima alla classifica

In quali settori il lavoro domenicale è un’usanza consolidata? In quello alberghiero e della ristorazione, dove il 66,7 per cento degli occupati, ovvero oltre un milione di persone, è in servizio di domenica, in coerenza con la natura del comparto, trainato dai consumi e dal tempo libero.

Ma il fenomeno interessa anche altri ambiti: quote rilevanti si registrano in agricoltura, silvicoltura e pesca (26,4 per cento), nel commercio (23,4), nell’amministrazione pubblica e difesa (22,5) e nel trasporto e magazzinaggio (20,2), nei quali la continuità operativa e la domanda di servizi nei giorni festivi risultano strutturali.

Scendendo nella graduatoria, valori intermedi si osservano nei settori dell'istruzione, sanità e servizi sociali (17 per cento) e negli altri servizi collettivi e personali (17,6). L'incidenza si fa invece più contenuta nelle attività immobiliari e professionali (11,9) e nel comparto informazione e comunicazione (8,2).

La speciale classifica di chi lavora la domenica si chiude con i settori organizzati prevalentemente sui giorni feriali: le percentuali più basse si registrano infatti nell'industria in senso stretto (6,5 per cento), nelle attività finanziarie e assicurative (3,6) e, infine, nelle costruzioni, dove appena il 2,2 degli occupati è attivo di domenica.

Il ruolo della contrattazione

“Il dato sul lavoro domenicale conferma come la trasformazione dei modelli di consumo e l’estensione dei servizi abbiano progressivamente ridefinito i tempi del lavoro – commenta Francesco Alifano, ricercatore di Adapt e dell’università di Modena e Reggio Emilia –. Non si tratta soltanto di una questione quantitativa, ma di intensità e gravosità del lavoro, con implicazioni rilevanti sul piano della regolazione contrattuale e della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. La contrattazione collettiva potrebbe dunque farsi carico di regolare le condizioni alle quali è possibile lavorare di domenica, valorizzando le specificità territoriali e settoriali e introducendo margini di flessibilità governata volti a garantire la reale volontarietà della prestazione domenicale”.