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Sul caldo non basta più rispondere ‘a caldo’. Un gioco di parole che vorrebbe diventare slogan, perché tutti capiscano che quella delle temperature estreme sta diventando una delle situazioni più pericolose per i lavoratori. Quest’anno a dimostrarcelo sono state le medie del mese di maggio che – non solo in Italia – hanno evidenziato, una volta di più, quanto stia cambiando il clima, probabilmente in maniera irreversibile.
Il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine prevede che a giugno le temperature viaggeranno da 1,5 a 2 gradi sopra le aspettative, mentre luglio si confermerà il mese più critico e le fughe in avanti toccheranno i 3 gradi rispetto ai valori di riferimento. Il colpevole dovrebbe essere l’anticiclone africano sul Mediterraneo.
Gli effetti possiamo immaginarli: capannoni industriali roventi, lavori all’aperto impossibili per lunghissimi tratti della giornata. Una situazione non certo difficile da prevedere. Sono oltre venti anni, concorda ormai la maggioranza degli analisti, che le famose medie stagionali d’estate evaporano in un vago ricordo, soppiantate da temperature sempre più alte che durano per un periodo di tempo sempre più lungo. Dai tre mesi spesso si passa ai cinque. Un andamento diventato tanto strutturale da suggerire che sia arrivato il momento di archiviare per sempre le espressioni ‘emergenza caldo’ o ‘cambiamento climatico’ e lavorare a soluzioni che partano da un dato di fatto: il contesto attuale è quello che ormai ci dobbiamo aspettare.
E anche se non è facile stimare le morti sul lavoro dovute al caldo e, più in generale, i decessi in totale attribuibili ai picchi di temperatura in estate, tutti gli esperti sono concordi nel riconoscere che l’Italia è uno dei Paesi europei più a rischio. Anche per questo con l’arrivo dell’estate è bene sapere cosa fare se si ha un colpo di calore (al lavoro e non solo).
Le ordinanze regionali anti-caldo 2026
I picchi di calore registrati nel mese appena concluso hanno fatto esplodere il dibattito, le richieste dei sindacati e le risposte delle istituzioni, non sempre apprezzate dalle organizzazioni di rappresentanza. Resta certamente un punto molto critico la disparità con la quale, nelle varie regioni, si affronta un problema serissimo. Alcune reagiscono con anticipo ed efficacia, altre ancora oggi devono muoversi, nonostante i picchi di calore riguardino, di fatto, l’intero territorio nazionale.
Lazio
Nel Lazio, il presidente Francesco Rocca ha firmato, lo scorso 24 maggio, un’ordinanza che vieta il lavoro all’aperto tra le ore 12:30 e le ore 16:00 nei giorni ad alto rischio per edilizia, agricoltura, cave e logistica, fino al 15 settembre. Il divieto segue il portale nazionale Worklimate: quando questo strumento scientifico preso a riferimento segnala un livello di rischio alto si accende il disco rosso e quei lavoratori si devono fermare. A essere interessate agli stop precauzionali sono gli addetti del settore agricolo e florovivaistico, gli addetti ai cantieri edili e affini, chi opera nelle cave, i corrieri della logistica di piazzale e della consegna a domicilio.
Toscana
In Toscana l’ordinanza anti-caldo il governatore Eugenio Giani l’ha firmata il 28 maggio e resterà in vigore fino al 31 agosto. Vietato il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole dalle 12:30 alle 16:00 nei settori agricolo, florovivaistico, nei cantieri edili e nelle cave. Anche qui il punto di riferimento è il sistema Worklimate e il disco rosso arriverà quando lo strumento giudicherà alto il rischio del lavoro esposto al calore.
Piemonte
In Piemonte l’ordinanza è entrata in vigore il 30 maggio. Le modalità di riferimento restano le stesse decise nel Lazio e in Toscana: lo stop scatta nei giorni in cui la piattaforma Worklimate segnala un livello di rischio “alto” e durerà fino al 31 agosto.
Veneto
In Veneto la Giunta regionale ha varato una delibera il 19 maggio, approvando un nuovo Protocollo d’Intesa che è stato bocciato dalla Cgil. La confederazione non ha firmato e ha attaccato l Regione che, scrive la Cgil, “si è fatta trovare ancora una volta impreparata a gestire le conseguenze del cambio climatico, mettendo così a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori, soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura, della logistica ma anche per le attività indoor nelle fabbriche”.
Emilia-Romagna
In Emilia-Romagna, secondo le anticipazioni de Il Resto del Carlino, la regione sta lavorando per approvare una nuova ordinanza frutto di settimane di confronto con sindacati e amministrazioni locali. Una delle novità dovrebbe essere che qui, a differenza delle altre regioni, le regole dovrebbero varranno fino al 30 settembre e la fascia attenzionata sarà quella che va dalle 12:30 alle 16:00.
Puglia
In Puglia il presidente Antonio Decaro ha firmato il 30 maggio un’ordinanza urgente che introduce limitazioni alle attività lavorative svolte all’aperto o in ambienti caratterizzati da elevate temperature, con l’obiettivo di prevenire rischi sanitari legati all’esposizione prolungata al caldo. Il provvedimento sarà valido fino al 15 settembre e riprende sostanzialmente le linee di altre regioni analizzate qui sopra: sarà lo strumento Worklimate a bloccare il lavoro nella fascia 12:30/16:00 nel caso in cui individuasse un rischio alto.
Un provvedimento preso con largo anticipo rispetto agli anni scorsi, sollecitato anche dall’esplicita richiesta avanzata dai sindacati, come ricorda la segretaria generale della Cgil pugliese, Gigia Bucci, in una nota: “Il divieto di svolgere attività lavorativa nelle ore più calde è una conquista di civiltà di lavoratori e lavoratrici che già da qualche anno trova accoglimento in diverse regioni, con la Puglia che è stata apripista fin dal 2021”.
“I nostri delegati – spiega Bucci – svolgeranno azione capillare di informazione sui luoghi di lavori circa il merito dell’ordinanza. Ma questa da sola non basta a prevenire rischi e tutelare la salute di chi lavora se non è accompagnata ora da una strutturata attività di controllo e ricerca e dal rispetto del dispositivo regionale. Quindi i sindaci, le Asl, le strutture addette alla vigilanza ispettiva – tutte informate dall’ordinanza – devono garantire la piena applicazione e sanzionare chi non rispetta le misure di prevenzione”.


























