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La prima a emettere un’ordinanza è stata la Regione Lazio. Fino al 15 settembre, si legge nel provvedimento approvato proprio l’altro giorno, anche a seguito delle richieste avanzate dalla Cgil Roma e Lazio, in tutto il territorio “è vietato il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole dalle 12.30 alle 16”.
Un divieto circoscritto al territorio regionale, a determinati settori e nei giorni in cui il rischio è classificato come alto dalle mappe del portale Worklimate elaborate da Inail e Cnr, dedicato all’impatto delle temperature estreme sulla salute e sulla produttività.
Italia impreparata
Le ondate di calore sono già iniziate, ma l’Italia dimostra ancora una volta di essere impreparata. Tanto che le organizzazioni sindacali tornano alla carica per sollecitare le istituzioni. Per gli edili della Fillea Liguria “serve l’anticipo dell’ordinanza regionale per vietare lavorazioni all’aperto nelle ore più calde almeno nella fascia tra mezzogiorno e le ore 16”.
Cgil Emilia Romagna, Nidil e Filt regionali, Camera del lavoro di Forlì Cesena chiedono alla Regione di accelerare l’approvazione di una delibera urgente sulle misure di tutela contro il caldo estremo.
La denuncia arriva anche da Legambiente, che nel primo week-end di caldo anomalo avverte: se si continua di questo passo nell’impiego delle fonti fossili, avverte l’associazione, si va verso un ''2027 bollente'', secondo Copernicus potrebbe essere l'anno più caldo mai registrato sul nostro Pianeta.
Una strada lunga
Anche se alla norma del governatore Rocca seguiranno quelle delle altre regioni, come accaduto negli anni scorsi, la strada da percorrere è molto lunga sul fronte dell’emersione dei rischi, monitoraggio, prevenzione, estensione delle tutele, rafforzamento degli strumenti di protezione e non ultimo dell’attuazione delle ordinanze.
È un percorso partito 20 anni fa che è approdato il 2 luglio del 2025 al protocollo tra ministero del Lavoro, imprese e sindacati per l’adozione delle misure di contenimento dei rischi lavorativi legati alle emergenze climatiche. Un accordo necessario, che dà seguito alle evidenze scientifiche e alle pressioni del sindacato.
Calore e infortuni
Le ondate di caldo estremo sono la principale causa tra gli eventi legati al cambiamento climatico in Europa, ci dice la scienza, e tra tutti gli effetti del cambiamento climatico il caldo estremo è quello che miete più vittime. L’Italia non fa eccezione. Ancora oggi, però, è molto complesso stimare l’impatto che questo sta avendo sulla salute dei lavoratori.
Secondo l’indagine globale 2024 dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) Ensuring safety and health at work in a changing climate, ogni anno si contano circa 22,85 milioni di infortuni sul lavoro, 18.970 decessi e 2,09 milioni di anni di vita condotta in piena salute persi, a causa dell’esposizione al calore eccessivo sul lavoro.
Un grado in più significa 1% di rischio in più
“Durante gli eventi di calore estremo si verifica un chiaro aumento degli infortuni sul lavoro per una pluralità di cause, come ustioni, ferite, lacerazioni, amputazioni e malattie connesse alle temperature severe calde – si legge nel report del progetto europeo Adaptheat a cui partecipa, tra gli altri, Fondazione Di Vittorio -. Il rischio complessivo di infortuni sul lavoro aumenta dell’1 per cento per ogni aumento di 1°C della temperatura al di sopra dei valori di riferimento e del 17,4 per cento durante le ondate di calore. Circa il 15 per cento dei lavoratori che lavorano normalmente in condizioni di stress termico sperimentano lesioni renali acute o malattie renali”.
Rischi per la salute
I rischi per la salute sono tanti, alcuni sono meno gravi, altri molto di più. Stando alla letteratura scientifica, si va dall’eruzione cutanea allo svenimento, dai crampi fino ad arrivare al colpo di calore, cioè quando il corpo non è in grado di controllare la propria temperatura, che aumenta, può raggiungere rapidamente i 40 gradi e continuare a salire. In quest’ultimo caso, se il processo non viene interrotto con un ricovero ospedaliero, si verificano incidenti mortali.
Il calore è comunque connesso a molti altri disturbi: innesca diversi meccanismi fisiologici in grado di danneggiare in varia misura organi vitali, aggrava patologie esistenti. Inoltre, gli effetti del calore spesso non sono evidenti alle persone colpite finché non è troppo tardi: questo fenomeno è stato spesso classificato come un killer silenzioso.
Poi ci sono gli effetti indiretti. Lo stress termico influisce sulle capacità cognitive e sui riflessi, con un aumento dei tempi di reazione. Provoca un maggiore assorbimento di sostanze tossiche attraverso l’aumento della frequenza respiratoria e un maggiore rischio di disidratazione. Ha “effetti cicatriziali”, per cui le persone che hanno sofferto in passato di colpi di calore hanno un rischio maggiore di sviluppare gravi malattie cardiovascolari nei 14 anni successivi all’evento.
Regioni in ordine sparso
Per questo è fondamentale che le regioni emettano ordinanze sul tema, dappertutto e in modo tempestivo.
“Negli anni scorsi tutte le Regioni le hanno adottate, tutte tranne due, Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige – spiega Daniele Di Nunzio, della Fondazione Di Vittorio, che nell’ambito del progetto Adaptheat ha analizzato il rapporto tra comunità scientifica, istituzioni e parti sociali e gli interventi intrapresi -. Queste ordinanze però sono molto diverse tra loro: ogni Regione si muove per fronteggiare il problema, sotto la spinta della comunità scientifica, ma in ordine sparso. E questa è una carenza. Tutti i provvedimenti individuano la stessa fascia oraria, dalle 12.30 alle 16 e si concentrano sull’outdoor, alcune fanno cenno ai rischi indoor quando non c’è una ventilazione adeguata, poi ci sono misure diversificate. E poi ci sono gli accordi aziendali che iniziano a siglarsi”.
Alla luce degli elementi raccolti, spiega Di Nunzio, ci sono molte cose che si potrebbero fare per fronteggiare il caldo estremo attraverso la prevenzione: dall’inserimento nel documento di valutazione dei rischi delle ondate di calore, alla sorveglianza sanitaria e visita medica preventiva, dal monitoraggio costante della temperatura all’evitare le perdite finanziarie a carico del lavoratore.
Lo stress informale
Poi c’è il capitolo dei lavori informali e poco retribuiti, svolti soprattutto da immigrati e donne, che sono anche i più vulnerabili al calore dal momento che di solito non sono adeguatamente tutelati durante lo svolgimento delle attività. In più hanno meno mezzi per far fronte alle temperature estreme al di fuori del lavoro. Questi lavoratori, pensiamo ai braccianti che raccolgono i pomodori e ai rider che ci portano a casa il pranzo, non hanno alcuna forma di tutela.























