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Dietro ogni film, concerto, spettacolo teatrale o produzione dal vivo c'è un esercito di professioniste e professionisti che rende possibile la cultura. Un lavoro creativo, spesso scelto per passione, ma segnato da precarietà, incertezza e fatica. È il quadro che emerge dall'indagine "Scena e Schermo", promossa da Slc Cgil nazionale insieme alla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e curata da Eliana Como, presentata questa mattina (16 luglio) al Salone Di Vittorio della Cgil nazionale, a Roma.
L’indagine “Scena e schermo”
L'inchiesta raccoglie circa 2.300 questionari compilati online da lavoratrici e lavoratori del cinema e dello spettacolo dal vivo. Ne emerge il ritratto di un settore in cui il lavoro rappresenta per quasi tutti la principale fonte di reddito – solo il 13% svolge una seconda attività – ma dove la stabilità occupazionale resta un'eccezione. Il 30% degli intervistati lavora nel comparto da oltre venticinque anni, il 37% da almeno dieci, eppure prevalgono ancora contratti a tempo determinato, lavoro autonomo e collaborazioni parasubordinate.
I dati come punto di partenza
La ricerca non è stata presentata soltanto come una fotografia dello stato del settore, ma come la base da cui avviare un confronto tra sindacato, imprese e istituzioni. “Vogliamo costruire una visione condivisa tra i comparti del cinema e dello spettacolo dal vivo partendo dal lavoro” ha spiegato Sabina Di Marco, segretaria nazionale della Slc Cgil, aprendo un incontro che ha riunito, per la prima volta attorno allo stesso tavolo, le principali organizzazioni della produzione culturale italiana: Anica, Agis Ape, Apa, Fedevivo, Anfols, Cna, Confartigianato, Anec, Legacoop e Siae, insieme al sottosegretario alla Cultura Giampiero Cannella. “Oggi – ha aggiunto Di Marco – segna l'avvio di un percorso per costruire una nuova contrattazione e nuove relazioni industriali”. Per la dirigente sindacale, l'indagine restituisce un quadro molto chiaro: “Pur nelle differenze tra i comparti, emergono bisogni comuni che richiedono due grandi risposte: una legislativa e una contrattuale”.
La precarietà è la regola
Il dato più evidente riguarda la discontinuità del lavoro, una condizione che accomuna quasi tutte le professionalità, artistiche, tecniche e organizzative. Tre lavoratori su quattro hanno attraversato periodi di inattività nell'ultimo anno e, per la metà di loro, questi si sono protratti oltre quattro mesi. Solo il 15% conosce già quale sarà il prossimo incarico una volta concluso quello attuale. Ma l'alternanza tra periodi senza lavoro e momenti di intensa attività produce un paradosso: quando si lavora, si lavora troppo. Il 73% degli intervistati denuncia ritmi molto elevati, mentre la metà supera regolarmente le quaranta ore settimanali. E in sei casi su dieci gli straordinari non vengono nemmeno retribuiti.
Il lavoro invisibile che nessuno paga
A gravare sulle condizioni di chi opera nello spettacolo c'è anche una parte di lavoro che non compare. Preparazione, studio, formazione continua e autopromozione sono attività indispensabili per restare nel mercato, ma quasi sempre restano a carico dei lavoratori. L'80% dedica tempo alla preparazione senza alcun riconoscimento economico, mentre l'85% finanzia personalmente il proprio aggiornamento professionale. Una dimensione invisibile che pesa quanto quella svolta sul palco o sul set.
Salari bassi e diritti deboli
L'indagine fotografa anche un mercato del lavoro in cui il ricatto occupazionale continua a essere diffuso. Negli ultimi due anni il 77% degli intervistati ha ricevuto offerte sottopagate, il 51% proposte di lavoro senza compenso e il 45% offerte in nero. “La creatività è il tratto comune di questo mondo del lavoro. Ma anche la fatica – osserva la ricercatrice e sindacalista Eliana Como –. Una fatica poco visibile perché resta dietro le telecamere o dietro le quinte, lontana dagli applausi e dalle pagine patinate. Eppure riguarda tutte le professioni, artistiche, tecniche e organizzative”.
Troppi contratti, poca tutela
Secondo la Slc Cgil, la frammentazione contrattuale contribuisce ad alimentare questa precarietà. Nel settore del cineaudiovisivo esistono 24 contratti collettivi, ai quali si aggiungono altri sei nello spettacolo dal vivo, per una platea che l'Istat stima in circa 155 mila lavoratrici e lavoratori. “Spesso i contratti non riescono a essere davvero esigibili o rispettati – sottolinea Di Marco –. Negli anni si è diffusa l'idea che nel nostro settore il contratto collettivo sia quasi inutile e che ciascuno possa fare da sé. Anche il lungo blocco dei rinnovi ha contribuito a svuotarne il valore”.
La proposta: costruire una contrattazione di filiera
Da qui la proposta avanzata dalla Slc Cgil. “Oggi abbiamo circa trenta contratti, molti dei quali presentano gravi problemi di applicazione – spiega ancora Di Marco –. Per questo proponiamo di costruire un vero sistema di filiera che renda i contratti più fruibili per le imprese ed esigibili per i lavoratori, rafforzando allo stesso tempo il peso politico dell'intero settore”. L'obiettivo è arrivare a due grandi contratti nazionali: uno dedicato al cineaudiovisivo e uno allo spettacolo dal vivo, capaci di ricomporre un sistema oggi estremamente frammentato. “Un settore per il quale non si riesce a capire bene quanti siano gli addetti ha un problema – ha osservato il segretario generale della Slc Cgil Riccardo Saccone, nel tirare le fila di una mattinata densa di confronto –. Il nostro impegno deve essere quello di trovare un modello di rappresentanza che ci aiuti a compattare un settore estremamente frammentato, attraverso regole che inneschino un meccanismo di riconoscimento e di tutela”.
Re David, Cgil Nazionale: cambiare l’organizzazione del lavoro
Le conclusioni dell’incontro sono state affidate alla segretaria confederale Francesca Re David, che si è concentrata sulla necessità di riflettere sul modello produttivo: “Nei settori dove il lavoro è più povero e più fragile, le imprese devono impegnarsi a modificare l’organizzazione del lavoro, che non è un dato incontrovertibile, ma può e deve essere cambiata. Alla qualità del lavoro deve corrispondere la qualità dei diritti. Ecco perché è importante il contratto di filiera: rafforza la catena del valore tutelando dal rischio della standardizzazione”.
La cultura è un bene collettivo
Per il sindacato non è solo una questione di tutele individuali. Migliorare le condizioni di chi lavora significa investire nella qualità della produzione culturale italiana. Perché la cultura è un bene collettivo e non può continuare a poggiare esclusivamente sulla passione di chi la rende possibile ogni giorno.
























