Per comprendere a fondo come funziona il nostro sistema pensionistico, è necessario capire come esso si intreccia con i meccanismi demografici del nostro Paese. Nelle prossime righe, proveremo a focalizzare insieme i principali aspetti di questo intreccio, senza eccessivo tecnicismo e facendo chiarezza su ciò che bisogna sapere per capire la propria pensione futura.

I sistemi a ripartizione e a capitalizzazione

Partiamo dalla base: da dove vengono i soldi per pagare le pensioni di oggi? Vengono dai contributi di chi sta lavorando in questo momento. Il sistema pensionistico pubblico del nostro Paese, infatti, utilizza un meccanismo a “ripartizione”. Nel sistema a ripartizione i contributi versati in questo momento vengono utilizzati per pagare le pensioni attuali. A qualcuno può sorgere spontanea una domanda: ma allora i contributi versati in passato, che fine hanno fatto? La risposta è semplice: sono stati utilizzati per pagare le pensioni in passato.

È così che funziona il sistema a ripartizione, opposto all’altro sistema, chiamato a “capitalizzazione”, che prevede invece l’accumulo e l’accantonamento dei contributi versati in una posizione collegata al singolo lavoratore o alla singola lavoratrice. La scelta di pagare le pensioni pubbliche utilizzando un sistema a ripartizione fu assunta nel 1952, subito dopo la seconda guerra mondiale: il fascismo aveva speso ingenti risorse economiche per finanziare la guerra, e le casse dello Stato erano vuote; il resto lo aveva fatto l’inflazione, erodendo il valore reale dei depositi. Dopo la guerra, bisognava costruire un sistema capace di pagare subito le pensioni, attuando un meccanismo capace di risultare sostenibile ripartendo ai pensionati i contributi versati mese per mese dai lavoratori. Il sistema a ripartizione fu, in quel contesto storico, la scelta più praticabile, e più coerente con l’esigenza di pagare subito le pensioni.

L’equilibrio tra entrate e uscite

Un sistema così concepito ha bisogno, per mantenersi, di realizzare un equilibrio tra le entrate e le uscite. Tradotto: tra i contributi che i lavoratori versano, e le pensioni che vengono pagate. I contributi versati dai lavoratori dipendenti sono pari al 33% della retribuzione lorda imponibile: il 9.19% a carico del lavoratore e il 23,81% a carico del datore di lavoro. Queste entrate alimentano il nostro sistema pensionistico. I contributi versati da chi lavora equivalgono circa al 12% del nostro Pil. Poi ci sono le uscite: le prestazioni pagate dall’Inps valgono circa il 16% del Pil, un dato però che va letto con attenzione, considerando che su quelle prestazioni i pensionati pagano le tasse, determinando quindi un rientro di una parte di quelle risorse nelle casse dello Stato.

Le tasse pagate dai pensionati sono pari a circa 53 miliardi di euro. Come si realizza l’equilibrio tra entrate e uscite? Molti analisti ed esperti del settore indicano un numero: 1,5 è il rapporto tra chi lavora e chi è in pensione che viene spesso indicato come una soglia di riferimento. Va tuttavia precisato che l’equilibrio reale dipende anche da salari, occupazione, produttività, aliquote contributive e importo medio delle prestazioni. Oggi in Italia quel rapporto è poco più basso, attestandosi intorno ad 1,41. Poco sotto il punto di equilibrio, ma non lontano.

Le transizioni demografiche

Nel 1950, l’attesa di vita media in Italia era di 65 anni. Un dato che non deve stupire: soltanto cinquant’anni prima, all’inizio del ‘900, la speranza di vita nel nostro Paese era di 43 anni. Nel 2025, appena 125 anni dopo, la speranza di vita è arrivata a 83,7 anni. In poco più di un secolo, l’attesa di vita media è passata da 43 a 83 anni.

Questo dato spiega benissimo le straordinarie trasformazioni avvenute a livello sociale, sanitario, culturale, lavorativo nel corso del ‘900. Una trasformazione che ha visto nei progressi in campo sanitario una leva importantissima, capace di allungare la vita media e limitare fortemente la mortalità infantile. Questo però ha anche innescato dei cambiamenti di lungo periodo, e su vasta scala, che hanno prodotto un calo della natalità.

Questo fenomeno ha una componente fondamentale in limitazioni di carattere materiale: fare e crescere dei figli costa, e spesso questo costo non è sostenibile per chi ha un reddito basso. Di conseguenza, la scelta viene procrastinata e rinviata a un’età più avanzata: il tasso di fecondità, in Italia, è passato dal 2,7 del 1964 all’1,14 del 2025. Va precisato però che questa transizione non dipende unicamente da fattori materiali e scelte individuali, essendo anche il riflesso di un cambiamento culturale su vasta che ha coinvolto tutti i paesi industrializzati del mondo.

Per capirne la portata, è sufficiente citare un dato: secondo l’Onu, la popolazione mondiale raggiungerà il suo picco intorno al 2080, quando sulla Terra ci saranno circa 10 miliardi di persone, poi inizierà una lenta decrescita. Secondo altri studi, il picco verrà raggiunto prima, intorno al 2060, e già nel 2100 la popolazione mondiale sarà scesa sotto gli 8 miliardi. Quindi, ricapitolando: si vive molto più a lungo, si fanno meno figli, la popolazione è mediamente più anziana, aumenta il numero dei pensionati rispetto agli attivi. In che modo questa rivoluzione impatta sul sistema pensionistico? È presto detto: se il sistema si regge sul rapporto tra pensionati e attivi, se si vive sempre più a lungo e i pensionati, rispetto agli attivi, aumenta sensibilmente di numero, il sistema è messo sotto pressione.

Ciò non significa che il sistema non regga, o che non abbia futuro, anzi. Significa semplicemente che, alla luce dei cambiamenti intervenuti, il sistema va adeguato, per esempio introducendo nuovi e più efficaci meccanismi di solidarietà, capaci di non lasciare indietro chi, non per propria scelta, ha lavorato meno, ha guadagnato meno e quindi ha versato meno contributi.

Oggi le proiezioni ci dicono, infatti, che la spesa pensionistica raggiungerà un picco massimo intorno al 2040, una spesa intorno al 17,5% del Pil (a fronte dell’attuale 16%). Per la tenuta del sistema, è fondamentale che crescano i salari e che siano approntate soluzioni capaci di dare risposte ai precari e a chi ha salari più bassi, come la pensione contributiva di garanzia proposta dalla Cgil.

Sistema retributivo e sistema contributivo

Per rispondere a questi cambiamenti, negli anni ’90 avvenne una importante e profonda trasformazione del nostro sistema: il passaggio dal retributivo al contributivo. Nel retributivo, che è stato per tutte e tutti l’unico sistema di calcolo fino al 1995, la misura della pensione era legata all’importo dell’ultima retribuzione: retributivo, appunto, perché era basato sulla retribuzione. L’avvento del sistema contributivo, dal 1° gennaio 1996, ha cambiato profondamente le regole: il riferimento non è più l’ultima retribuzione, ma i contributi versati nel corso della propria vita lavorativa. Questa riforma, tra le tante conseguenze che ha avuto, ha determinato un cambiamento di cui ancora non vediamo gli effetti, ma che produrrà grandi conseguenze in futuro: gli anni di carriere discontinue, precarietà, bassi salari, e quindi pochi contributi versati, impattano in maniera significativa e diretta sulla pensione futura. Nel prossimo numero di questa rubrica, in uscita il 24 giugno, approfondiremo il legame tra salari e pensioni. Qui ci limitiamo a segnalare che l’aspetto legato agli anni di bassi salari, ai contratti precari e/o stagionali, ai part-time, impatta in maniera decisiva sulla prestazione pensionistica nel sistema contributivo.

La leva della previdenza complementare

In questo scenario, e come approfondiremo nelle prossime uscite, una delle conseguenze più immediate è un calo del tasso di sostituzione: ovvero, quanta pensione prenderò rispetto al mio ultimo stipendio. Fino ad alcuni decenni fa, con il sistema retributivo pieno, poteva essere lecito attendersi che l’importo della pensione fosse più o meno intorno all’80% dell’ultimo stipendio. Un tasso di sostituzione dell’80% consentiva di conservare un tenore di vita almeno simile a quello che si conduceva quando si era ancora al lavoro, considerando che alla pensione andava anche aggiunto il fatto di non pagare più i propri contributi.

I dati Ocse dicono che in Italia, un lavoratore con carriera piena, può ancora attendersi un tasso di sostituzione intorno al 70%. Cosa accadrà in futuro? Le proiezioni mostrano che questo valore scenderà progressivamente, fino ad attestarsi tra il 50 e il 60% nel 2050.

In questo contesto, l’adesione ai fondi negoziali di previdenza complementare rappresenta non solo un modo per ottenere vantaggi immediati, come un sensibile risparmio fiscale e il contributo aggiuntivo da parte del datore di lavoro, ma anche una leva capace di garantire, in futuro, una pensione più dignitosa, grazie anche ai rendimenti che superano la rivalutazione del Tfr. Approfondiremo anche questo aspetto nelle prossime puntate di questa rubrica, insieme a simulazioni e casi concreti.