Da anni il dibattito sulle pensioni viene raccontato come una questione esclusivamente anagrafica: età pensionabile, quote, finestre, requisiti contributivi. Eppure il vero problema del sistema previdenziale italiano non nasce nelle pensioni. Nasce molto prima: nei salari bassi, nella precarietà, nella discontinuità lavorativa e nella debolezza strutturale del mercato del lavoro. È questo il tema di cui ci occupiamo in questa seconda puntata del nostro approfondimento sulle pensioni e sull’importanza della previdenza complementare.

"Da troppo tempo il confronto pubblico sulle pensioni si concentra esclusivamente su quando si esce dal lavoro, mentre si parla troppo poco di come si lavora e di quanto si guadagna durante la vita lavorativa. Ma in un sistema contributivo il livello delle pensioni future si determina molto prima del pensionamento: si determina nelle buste paga", osserva Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil.

Una riforma necessaria: quella del lavoro

Se si vuole davvero garantire pensioni dignitose alle future generazioni, la prima riforma da fare non riguarda l'età pensionabile. Riguarda il lavoro. L'Italia è oggi l'unico grande Paese europeo nel quale i salari reali risultano inferiori rispetto a quelli di oltre vent'anni fa. L'Istat certifica che, nonostante i recenti rinnovi contrattuali, le retribuzioni reali a settembre 2025 risultano ancora inferiori dell'8,8% rispetto ai livelli del gennaio 2021. In altre parole, milioni di lavoratrici e lavoratori continuano a essere più poveri rispetto a prima della grande fiammata inflazionistica.

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L'inflazione degli ultimi anni ha ulteriormente eroso il potere d'acquisto e, secondo le elaborazioni della Cgil e della Fondazione Di Vittorio, nel triennio 2022-2024 un lavoratore dipendente del settore privato ha perso mediamente oltre 5.500 euro di reddito reale, mentre il solo drenaggio fiscale ha sottratto circa 25 miliardi di euro ai redditi da lavoro e da pensione.

I più penalizzati? Giovani e donne

A questo si aggiunge una realtà ormai evidente: l'occupazione cresce, ma cresce soprattutto tra gli over 50, effetto anche dell'innalzamento dell'età pensionabile. Giovani e donne continuano invece a pagare il prezzo più alto della precarietà e della frammentazione del mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile resta fermo al 58% nella fascia europea 20-64 anni, oltre dodici punti sotto la media dell'Unione europea, pari al 70,8%. Allo stesso tempo, oltre 78 mila giovani under 35 hanno lasciato l'Italia negli ultimi anni per cercare salari migliori e maggiori opportunità professionali. In un sistema previdenziale contributivo, tutto questo ha conseguenze dirette sulle pensioni future.

La pensione non è altro che il riflesso della vita lavorativa. Salari bassi significano contributi bassi. Carriere discontinue significano montanti contributivi insufficienti. Contratti precari significano buchi contributivi che si trasformano, decenni dopo, in assegni pensionistici poveri.

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La distribuzione della ricchezza

Per questa ragione la vera emergenza previdenziale del XXI secolo non è soltanto l'invecchiamento della popolazione, ma la qualità del lavoro e la distribuzione della ricchezza prodotta nel Paese.

Basta osservare cosa accade nel Mezzogiorno. Nel settore privato il salario lordo medio annuo si ferma a 18.148 euro, contro una media nazionale di 24.486 euro. Quasi la metà dei lavoratori meridionali, il 47,3%, percepisce meno di 15 mila euro lordi all'anno. In queste condizioni è impossibile immaginare pensioni adeguate domani senza affrontare il problema dei salari oggi.

"Quando quasi un lavoratore su due in un'intera area del Paese guadagna meno di 15 mila euro lordi all'anno, non siamo soltanto di fronte a un problema salariale. Stiamo costruendo oggi le pensioni povere di domani. È una questione che riguarda il futuro del sistema previdenziale e la coesione sociale del Paese", sottolinea Ghiglione.

Quali sono le cause delle pensioni basse?

Oggi un giovane che alterna periodi di lavoro precario, part-time involontario e bassi salari rischia di arrivare a 67 anni senza una pensione adeguata e, in molti casi, senza riuscire nemmeno a raggiungere gli importi soglia richiesti per accedere alle prestazioni anticipate del sistema contributivo. Il paradosso è evidente: si continua a discutere di pensioni senza affrontare le cause che le determinano pensioni basse.

La sostenibilità del sistema previdenziale non si costruisce allungando indefinitamente la permanenza al lavoro. Si costruisce aumentando la base occupazionale, favorendo il lavoro stabile, incrementando la produttività e redistribuendo una quota maggiore della ricchezza prodotta verso il lavoro.

Giù i salari, su i profitti

Negli ultimi decenni è avvenuto esattamente il contrario. La quota dei salari sul Pil italiano è passata da circa il 78% degli anni Sessanta a poco più del 58% oggi, mentre la quota dei profitti è cresciuta dal 22% al 40%. Una trasformazione profonda che ha progressivamente ridotto il peso del lavoro nella distribuzione della ricchezza nazionale e, di conseguenza, la base contributiva che sostiene il sistema pensionistico pubblico.

"Non esiste alcuna contraddizione tra aumentare i salari e rafforzare il sistema pensionistico. Al contrario: salari più alti significano più contributi versati all'Inps, maggiore sostenibilità del sistema e pensioni future più adeguate. La vera riforma previdenziale passa dalla redistribuzione della ricchezza e dalla valorizzazione del lavoro", afferma la segretaria confederale della Cgil. Anche il salario minimo è una misura previdenziale. Contrastare il lavoro povero significa aumentare i contributi versati oggi e costruire pensioni più dignitose domani.

Anche per questo il legame tra salari e previdenza è doppio. Da un lato salari più alti significano maggiori contributi versati all'Inps e quindi maggiore sostenibilità finanziaria del sistema. Dall'altro significano pensioni future più elevate per le nuove generazioni.

Non è un caso che i Paesi europei con i sistemi previdenziali più solidi siano spesso anche quelli caratterizzati da salari più elevati, maggiore occupazione femminile, minore precarietà e più alti livelli di produttività.

La dimensione delle diseguaglianze

Esiste poi una seconda dimensione troppo spesso trascurata: quella delle disuguaglianze. Chi guadagna meno non solo versa meno contributi e matura pensioni più basse. Ha anche una speranza di vita inferiore. Le ricerche mostrano che tra chi possiede bassi livelli di istruzione e redditi modesti e chi appartiene alle fasce più istruite e benestanti possono esserci differenze nell'aspettativa di vita di 4 o 5 anni, che aumentano ulteriormente se si considera la speranza di vita in buona salute.

Per questo continuare ad aumentare indistintamente l'età pensionabile significa scaricare il peso degli aggiustamenti soprattutto sui lavoratori più fragili, su chi svolge mansioni gravose, su chi ha carriere discontinue e su chi vive nelle aree economicamente più deboli del Paese.

"A trent'anni dalla riforma Dini il vero tema non è inseguire continuamente nuovi aumenti dell'età pensionabile. Il vero tema è costruire lavoro stabile, ben retribuito e di qualità. Senza questa condizione continueremo ad avere giovani sempre più lontani dalla pensione e assegni sempre più bassi", conclude la dirigente Cgil.

Contratti e lotta alla precarietà

Servono rinnovi contrattuali che recuperino integralmente l'inflazione, anche oltre, e aumentino i salari reali, una lotta seria alla precarietà, investimenti pubblici e privati che accrescano produttività e occupazione stabile, una forte crescita dell'occupazione femminile e giovanile, una legge sulla rappresentanza e una riforma fiscale che restituisca potere d'acquisto a salari e pensioni.

Solo così si rafforza davvero il sistema previdenziale. Perché la migliore riforma delle pensioni non è quella che interviene sull'età pensionabile. È quella che permette alle persone di avere salari dignitosi durante tutta la vita lavorativa. Una pensione dignitosa, in fondo, non è altro che il salario di ieri che continua a vivere nel domani.