Le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro continuano a produrre effetti che accompagnano le donne fino alla pensione. È quanto emerge dai dati del Rendiconto sociale Inps 2025 e dalla Relazione annuale della Covip, che fotografano un sistema nel quale il divario non riguarda soltanto le retribuzioni, ma si traduce anche in pensioni più basse e in una minore partecipazione alla previdenza complementare.

“I numeri dimostrano che il problema non nasce al momento del pensionamento, ma durante tutta la vita lavorativa”, spiega Ezio Cigna, responsabile delle Politiche previdenziali della Cgil. “Nel 2025 i pensionati Inps sono 15.435.694, mentre le pensioni vigenti superano i 16,4 milioni. Le donne sono addirittura più numerose degli uomini tra i beneficiari di almeno una pensione previdenziale: 6.869.020 contro 6.508.440. Eppure questa maggiore presenza non si traduce in trattamenti economici migliori”.

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I numeri delle disuguaglianze

I dati evidenziano infatti che le donne accedono mediamente alla pensione di vecchiaia e anticipata a 65,4 anni, oltre un anno dopo gli uomini, che vanno in pensione mediamente a 64,1 anni. Nonostante questo, gli importi restano profondamente diseguali. Nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti le donne percepiscono mediamente 1.069 euro al mese contro i 2.006 euro degli uomini; nella Gestione dei dipendenti pubblici 1.940 euro contro 2.706 euro; tra gli autonomi 787 euro contro 1.369 euro; nella Gestione separata appena 708 euro contro 1.283 euro.

Il divario rimane evidente anche osservando le pensioni liquidate nel corso del 2025: nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti l’importo medio è pari a 1.027 euro per le donne e 1.552 euro per gli uomini; nella Gestione dei dipendenti pubblici 1.933 euro contro 2.561 euro; tra gli autonomi 804 euro contro 1.119 euro; nella Gestione separata 902 euro contro 1.601 euro.

“Questi dati confermano che le pensioni rappresentano la conseguenza delle disuguaglianze accumulate durante tutta la vita lavorativa: salari più bassi, maggiore diffusione del part-time involontario, contratti a termine, lavoro discontinuo e il peso del lavoro di cura, che continua a ricadere prevalentemente sulle donne”, sottolinea Cigna.

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Previdenza complementare, il divario resta

Lo stesso fenomeno emerge nella previdenza complementare, proprio mentre dal 1° luglio entrerà in vigore il nuovo sistema di adesione automatica ai fondi pensione per i neoassunti del settore privato. La riforma punta ad ampliare la platea degli aderenti attraverso il meccanismo del silenzio-assenso.

Oggi gli iscritti alla previdenza complementare sono quasi 10,5 milioni e le risorse accumulate hanno raggiunto i 262 miliardi di euro, pari all’11,6% del Pil. I nuovi iscritti nel 2025 sono stati oltre 757 mila, il dato più elevato dell'ultimo decennio. Tuttavia il gender gap resta evidente: le donne rappresentano soltanto il 38,8% degli iscritti, mentre gli uomini sono il 61,2%. Non solo. Tra gli iscritti che versano contributi, le lavoratrici accantonano mediamente 2.680 euro l'anno contro i 3.190 euro degli uomini, con una contribuzione inferiore del 16,1%.

La stessa Covip evidenzia inoltre che, anche una volta entrate nel mercato del lavoro, le donne partecipano alla previdenza complementare con un divario di circa sette punti percentuali rispetto agli uomini, a causa di salari più bassi e carriere più discontinue.

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Ghiglione, Cgil: “Servono interventi redistributivi”

Secondo Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, le novità introdotte rappresentano un passo avanti per rafforzare la previdenza complementare, ma da sole non saranno sufficienti se non si interverrà sulle cause strutturali delle disuguaglianze.

“Le donne – dice – continueranno ad avere maggiori difficoltà ad aderire alla previdenza complementare se non affrontiamo le radici delle disuguaglianze. Non c'è soltanto un problema di salari più bassi. C'è il lavoro povero, il part-time involontario, i contratti precari e discontinui, il lavoro di cura che continua a gravare quasi esclusivamente sulle donne. Tutti fattori che riducono la capacità di risparmio e quindi la possibilità di costruire una pensione integrativa”.

Per questo “le categorie più fragili, giovani e donne in particolare, spesso non riescono nemmeno a beneficiare dell'attuale leva fiscale, perché con redditi bassi la deducibilità dei contributi perde gran parte della sua efficacia. È necessario superare – prosegue Ghiglione – un sistema che incentiva soprattutto chi ha redditi medio-alti e immaginare strumenti realmente redistributivi: forme di decontribuzione o incentivi più favorevoli per chi ha salari bassi, per i quali la rinuncia anche al Tfr rappresenta spesso un problema concreto, talvolta persino di sopravvivenza. Solo così la previdenza complementare potrà diventare davvero universale e contribuire a ridurre, anziché ampliare, le disuguaglianze”.

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La qualità del lavoro determina la qualità delle pensioni

“Il tema delle pensioni – conclude – è prima di tutto un tema di qualità del lavoro. Ridurre il gender gap significa aumentare i salari, contrastare la precarietà, investire nei servizi pubblici e riconoscere pienamente il valore del lavoro di cura. Solo così sarà possibile garantire alle donne pensioni dignitose, sia nel sistema pubblico sia in quello complementare”.

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