La sentenza del Consiglio di Stato del 18 marzo ha chiuso una partita lunga anni: il trasferimento dei depositi chimici Carmagnani e Superba da Multedo a Ponte Somalia non si farà. Una decisione che arriva al termine di un contenzioso amministrativo complesso, nato attorno a un progetto pensato per allontanare impianti a rischio dalle aree abitate, riducendo l’impatto sulla popolazione e rispondendo a esigenze di sicurezza urbana e portuale.

Quel piano, sostenuto in origine dal Comune e dall’Autorità portuale, prevedeva una ricollocazione interna al porto, in un’area ritenuta più idonea dal punto di vista industriale e meno esposta alla pressione dei quartieri. I ricorsi, però, hanno rallentato tutto fino allo stop definitivo dei giudici amministrativi. Fine della corsa su quel tracciato. Non della questione.

“Il lavoro non può restare sospeso”

“La sentenza mette un punto su una procedura, non sul destino di centinaia di lavoratori”, avvertono Giulio Pizzorno e Silvano Chiantia, rispettivamente responsabile settore chimico Filctem Cgil Genova e Segretario Generale Filctem Cgil Genova. “Non stiamo parlando di un indirizzo urbanistico ma di occupazione stabile, qualificata, che va difesa”.

I due dirigenti della Filctem Cgil Genova rivendicano l’immediato passaggio al confronto politico. Prima l’incontro con le aziende, poi quello in Regione con il presidente Marco Bucci. “Abbiamo ottenuto un primo risultato: l’opzione zero, cioè la chiusura senza alternativa, è stata esclusa. Ma non basta. Serve una soluzione concreta e in tempi certi”.

Il nodo sicurezza e il progetto originario

Il progetto di trasferimento nasceva da una tensione mai risolta tra attività industriale e tessuto urbano. I depositi di Multedo sono da anni al centro di contestazioni per la loro vicinanza alle abitazioni. Da qui l’idea di spostarli a Ponte Somalia, dentro un’area portuale più strutturata, riducendo il rischio percepito e reale.

La sentenza del Consiglio di Stato non entra nel merito industriale della scelta, ma si concentra sugli aspetti amministrativi e procedurali, bloccando di fatto l’iter. Il risultato è un vuoto: niente trasferimento, ma neppure una soluzione alternativa già pronta.

Una filiera che rischia di spezzarsi

“Se perdi i depositi, perdi un pezzo di industria”, insistono Pizzorno e Chiantia. Il punto non è solo la logistica. Le rinfuse chimiche sono l’inizio di una catena produttiva che coinvolge trasformazione, lavorazioni, occupazione qualificata.

Il materiale liquido arriva, viene stoccato, lavorato, distribuito. Attorno a questo ciclo si muovono altre imprese, altri lavoratori. “È un sistema. Togli il primo anello e il resto crolla”, spiegano. È qui che la vertenza smette di essere locale e diventa industriale.

I depositi chimici (Cgil Genova)

Un nodo logistico difficile da sostituire

I depositi di Multedo si trovano dentro un nodo logistico che consente l’arrivo delle rinfuse via nave, lo stoccaggio immediato e la distribuzione verso l’entroterra con connessioni già operative.

È questa integrazione tra banchine, serbatoi, collegamenti e rete industriale che rende quell’area strategica. Spostare i depositi non significa semplicemente cambiare indirizzo: vuol dire ricostruire da zero un equilibrio logistico complesso, con costi, tempi e incognite che negli anni hanno pesato su ogni tentativo di ricollocazione.

“Qui c’è una piattaforma che funziona già – ribadiscono Giulio Pizzorno e Silvano Chiantia – e che collega direttamente porto e industria. Non tenerne conto significa sottovalutare il valore reale di queste attività”.

Genova tra porto e deindustrializzazione

Genova continua a perdere pezzi produttivi. Fabbriche che chiudono, attività che si spostano, investimenti che si fermano. In questo contesto, aziende che vogliono restare diventano un patrimonio da difendere.

La discussione si sposta così dal conflitto tra quartieri alla strategia complessiva del porto. Non più Multedo contro Sampierdarena, ma quale modello industriale per la città. Anche i comitati cittadini, su questo, condividono un obiettivo: allontanare gli impianti dalle case, ma senza cancellarli.

La partita si gioca sul piano portuale

Ora tutto passa dal nuovo Piano regolatore portuale. Sarà lì che dovrà essere indicata una collocazione concreta per i depositi, all’interno delle aree demaniali. La sindaca Silvia Salis ha indicato quella strada come decisiva, mentre dalla Regione è arrivato un primo via libera politico.

Resta il nodo dei tempi. E soprattutto della volontà di tradurre le dichiarazioni in scelte operative. A breve è previsto un incontro in Comune per provare a sbloccare la situazione.

Una vertenza ancora aperta

Per i lavoratori di Carmagnani e Superba l’attesa continua, ma il terreno è cambiato. Non più una battaglia legale, ma una sfida politica e industriale. Il rischio non è solo perdere un trasferimento, ma perdere un pezzo di economia portuale.

E mentre in Europa i porti investono per rafforzare la loro funzione industriale, Genova si trova davanti a un bivio: accompagnare la trasformazione o arretrare. La risposta non è più nei tribunali, ma nelle scelte che verranno prese adesso.

Non è solo Genova: la chimica sotto pressione

La vertenza dei depositi chimici si inserisce in uno scenario più ampio che riguarda l’intero settore della chimica in Italia. Negli ultimi anni si sono accumulate criticità profonde, a partire dalla chiusura degli ultimi due impianti di cracking, cioè quegli stabilimenti che trasformano le materie prime in prodotti base per tutta l’industria chimica.

La riduzione di questa capacità produttiva ha già prodotto effetti a catena: meno materia prima disponibile, maggiore dipendenza dall’estero, costi più alti per le aziende a valle e una crescente fragilità dell’intero sistema.

In questo contesto, ogni anello della filiera diventa ancora più decisivo. I depositi di rinfuse non sono un elemento marginale, ma una cerniera tra approvvigionamento e produzione. Se si indebolisce anche questo segmento, il rischio è amplificare una crisi che è già in corso.

La partita di Genova, quindi, non riguarda solo una collocazione portuale. Si intreccia con una dinamica nazionale che sta ridisegnando la chimica italiana. E apre un fronte nuovo: quello della tenuta complessiva di un settore industriale che, pezzo dopo pezzo, sta perdendo capacità, autonomia e peso strategico.

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