PHOTO
L’adozione da parte della Commissione europea del Cloud and AI Development Act (Cada) è una buona notizia. Con questo testo Bruxelles punta infatti a rafforzare l’ecosistema europeo del cloud e dell’AI, accelerando la realizzazione di data center (si prevede di triplicarli entro cinque-sette anni) e fissando quattro livelli di sicurezza per i servizi cloud sovrani utilizzati in settori sensibili quali quello bancario, energetico e sanitario.
La selezione si baserà su alcuni criteri: il trattamento dei dati, la catena di approvvigionamento e l’infrastruttura fisica. Le amministrazioni pubbliche che acquistano servizi cloud, ad esempio, dovranno rispettare almeno il livello 1. Ma se le valutazioni nazionali individueranno attività sensibili per l’ordine pubblico, sarà necessario ricorrere a servizi riconosciuti ai livelli 2, 3 o 4.
Per gli appalti pubblici di particolare importanza, inoltre, il testo prevede che i fornitori dovranno essere tenuti a garantire che software e hardware siano prodotti nell’Unione. In ballo non c’è soltanto la costruzione di nuove infrastrutture, ma la consapevolezza di dover creare le condizioni per avere un mercato più forte, in grado di sostenere lo sviluppo di tecnologie europee e di orientare la domanda pubblica e privata verso soluzioni più sicure e resilienti, made in Europe.
Non una chiusura nei confronti del mercato, cui viene ancora riconosciuta la possibilità di innovare, ma non quella di decidere, da solo, l’architettura economica e per certi versi persino condizionante (se pensiamo ai diversi possibili impatti dell’IA) dei Paesi dell’Unione.
La vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen, in occasione della presentazione del Cada, ha ricordato anche che in Europa ci sono tre milioni di contributori open source e 500 imprese open source a scopo di lucro. Eppure, ogni anno vengono spesi circa 264 miliardi di euro in prodotti e servizi digitali proprietari non europei. Questa è la ragione per la quale il regolamento intende promuovere standard aperti, componenti rilasciati con licenze open source e un catalogo europeo delle soluzioni riutilizzabili, specie se sviluppate con risorse pubbliche.
Fatte queste premesse, va ricordato anche il fatto che il Regolamento appena adottato il 3 giugno 2026 rappresenta uno dei pilastri del nuovo pacchetto sulla sovranità tecnologica, l’European Technological Sovereignty Package, che comprende anche il cosiddetto Chips Act 2.0, la strategia open source europea e la road map digitale per l’energia.
Un insieme di provvedimenti e di misure che tengono insieme semiconduttori, cloud, AI, open source ed energia e che puntano a trasformare la cornice politica in azioni concrete. L’obiettivo è tanto chiaro quanto strategico: ridurre la dipendenza da Paesi e fornitori extra-Ue.
Un obiettivo da perseguire per due ragioni: la prima è quella che guarda agli scenari geopolitici in atto. Nella rincorsa tra Usa e Cina per determinare chi avrà maggiori vantaggi dall’adozione dell’IA l’Europa non può restare a guardare. È ormai chiaro a tutti che è proprio dal governo dell’intelligenza artificiale che passa e passerà sempre di più una parte consistente della ricchezza, della sicurezza e della potenza del futuro.
Una potenza che può essere esercitata costruttivamente, per rafforzare l’economia e avanzare tecnologicamente, ma che se non governata e non orientata ad un utilizzo etico e antropocentrico, può dare origine a effetti catastrofici. Da qui la necessità di normare ciò che ha già impatti importanti su lavoro, sanità, istruzione, giustizia, sicurezza e informazione.
La seconda ragione risiede nella necessità di adottare un approccio di tipo industriale, che punta a sottrarre infrastrutture di calcolo, capacità energetica, servizi cloud e criteri di procurement, alla dipendenza da piattaforme, produttori e capitali extraeuropei.
Oggi l’Europa dipende da fornitori extra Ue per oltre l’80% di prodotti, servizi e infrastrutture digitali. Una fragilità che pesa sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla competitività delle imprese.
“Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che garantiscono il funzionamento dei nostri ospedali, la stabilità delle nostre reti energetiche e la sicurezza dei nostri servizi”, ha dichiarato la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. “Si tratta di proteggere i nostri cittadini, difendere i nostri interessi e fare le nostre scelte. L’Europa dispone del talento, dell’eccellenza nella ricerca, della base industriale e del mercato unico. Insieme, dobbiamo trasformare questi punti di forza in sovranità tecnologica”.
Finalmente! Diciamo noi. Non a caso il secondo asse del regolamento riguarda i servizi cloud. Anche qui, il mercato europeo oggi è dominato da pochi grandi operatori extra Ue (la quota dei provider europei è scesa dal 29% del 2017 al 15% del 2022 ed è rimasta stagnante, mentre tre hyperscaler non europei controllano oltre il 70% del mercato nel continente).
È ovvio che questa dipendenza comporta rischi industriali, ma anche giuridici, perché i fornitori soggetti a normative di Paesi terzi possono essere esposti a leggi con effetti extraterritoriali, anche in materia di accesso ai dati e continuità dei servizi.
Senza contare il fatto che in un’economia che fonda le sue radici sempre più su modelli che apprendono continuamente, ciò che viene consegnato a un sistema esterno può diventare il vantaggio competitivo di qualcun altro. Da qui la necessità di ricondurre ad una gestione europea tutto ciò che riguarda i dati, specialmente quelli sensibili.
Il progetto complessivo parla dunque, e a ragione, di un sistema in cui cloud, data center, software aperti, semiconduttori e strumenti per l’energia sono parti di una stessa politica industriale. Un quadro di sviluppo che deve essere compatibile anche con gli obiettivi ambientali dell’Unione, coniugando così sovranità digitale e sovranità energetica.
I data center, indispensabili per alimentare l’economia digitale, assorbono quote sempre crescenti di elettricità: nel 2024 i data center dell’Ue hanno consumato elettricità sufficiente ad alimentare quasi 20 milioni di famiglie europee. Entro il 2030, la domanda potrebbe più che raddoppiare. Se pensiamo che l’obiettivo è quello di triplicare il numero dei data center presenti sul territorio europeo, ecco che il tema assume un’urgenza ancora maggiore.
Infine, resta il nodo degli investimenti. Prendere la rincorsa e accelerare in uno scenario così complesso non è impresa facile e richiede un’iniezione di liquidità senza precedenti. Nella sua comunicazione, l’esecutivo comunitario parla della possibilità di creare un fondo sovrano appositamente dedicato, chiamato a investire quote in società dell’energia, delle biotecnologie e delle più moderne tecnologie.
Il prossimo passo prevederà l’apertura di una fase di consultazione che riguarderà gli Stati membri, la Banca europea per gli investimenti (Bei) e le altre parti interessate “in merito alle modalità di istituzione di tale nuovo meccanismo”. Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane.
Quel che è certo è che il disegno complessivo è ambizioso, ma rappresenta anche l’ultima chiamata che l’Europa ha a disposizione per conquistare uno spazio all’interno dello scacchiere mondiale. Diversamente, il rischio è quello di essere confinati nel ruolo di colonia digitale. Sarebbe un errore imperdonabile.
Barbara Apuzzo, responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale
Michele Azzola, responsabile Area delle Politiche industriali e delle reti della Cgil nazionale





























